Medinews
9 Dicembre 2002

LA QUALITA’ DI VITA DELLA PERSONA MALATA DI TUMORE

Il National Institute of Health (l’Istituto di sanità americano) ha condotto nel 2000 uno studio presso il National Cancer Institute di Bethesda sulla qualità di vita di centinaia di pazienti oncologici e loro familiari: dalla ricerca è emerso che più della metà è costretto ad abbandonare il lavoro, mentre il 35% deve ridurre le proprie responsabilità per lo stress emotivo e la mancanza di energie dovute alla patologia. Anche i familiari o la persona che assiste sono a volte costrette a lasciare il proprio lavoro per dedicarsi al malato o, nel 20% dei casi, sono obbligati a prendere dei giorni di permesso o comunque a ridurre il proprio impegno lavorativo.

Per la valutazione della qualità di vita correlata alla malattia oncologica un primo inquadramento generale può basarsi sulle risposte a una delle molte scale di valutazione proposte, tra cui la FACT-An (Functional Assessment of cancer Therapy-Anaemia) che, attraverso una serie di semplici domande, indirizza il medico agli approfondimenti clinici e di laboratorio necessari.
Ma il paziente può, ancora più semplicemente indicare, attraverso una scala cosiddetta ‘analogo visiva’, il suo livello di energia rapportato alle attività quotidiane e alla qualità di vita globale. In questo caso la domanda è ‘Come valuta il suo livello di energia nel corso dell’ultima settimana?’ Il paziente lo indica su una scala graduata che và da 10 a 100. La correlazione di questa semplice indicazione con i risultati ottenibili con il FACT-An é soddisfacente e completa l’affidabilità delle risposte ottenute, indicando il livello di qualità di vita su una scala che và da 0 a 1.

La maggioranza dei pazienti, pur soffrendo di fatigue, non comunica ai medici questo problema clinico misconosciuto e spesso ignorato, sia perché la ritengono una conseguenza inevitabile della patologia principale, sia per il timore di apparire un ‘cattivo malato’ agli occhi dell’oncologo o del proprio medico di famiglia.
Il paradosso è che la fatigue è curabile, sia con rimedi farmacologici che di supporto psicoterapeutico.

L’arma terapeutica più efficace e mirata si è dimostrata l’eritropoietina: a circa il 70% dei pazienti oncologici in trattamento chemioterapico a cui è stata somministrata ha determinato la correzione dell’anemia che sta alla base della ‘fatigue’ causando stanchezza, affaticabilità e difficoltà ad affrontare normali attività. Il miglioramento della qualità di vita conseguente è risultato circa del 30% ed è stato direttamente proporzionale all’incremento di emoglobina.

La terapia comprende anche la correzione dei fattori psico-sociali che determinano la fatigue, tra i quali ansia, depressione e lo stress legato alla malattia ed al suo trattamento, agendo attraverso modifiche dello stile di vita, con antidepressivi, ansiolitici, counselling.
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