martedì, 24 novembre 2020
Medinews
14 Novembre 2002

METASTASI OSSEE: NUOVE SPERANZE DAI FARMACI DI “TERZA GENERAZIONE”

Oncologi a confronto fra corsi di aggiornamento e terapie all’avanguardia

Nel mondo sono oltre 1 milione e mezzo i malati di tumore portatori di metastasi ossee. Più del 90% delle persone colpite da mieloma multiplo in stadio III ha malattia scheletrica conclamata, mentre il carcinoma della mammella e della prostata sono responsabili di circa l’80% delle lesioni scheletriche secondarie. Nei pazienti affetti da carcinoma prostatico, lo scheletro è la sede metastatica più frequente, con interessamento di colonna vertebrale, pelvi e gabbia toracica.
Se fino a pochi anni fa la metastasi ossea rappresentava un’eccezione nella storia clinica del tumore, oggi, essendo la vita del malato neoplastico molto più lunga, la presenza della complicanza è sempre più frequente e lo stesso oncologo deve impegnarsi a trattare con una visione più ampia la malattia tumorale.
“La qualità di vita del paziente metastatico – afferma il professor Dino Amadori, direttore scientifico dell’Istituto Romagnolo per lo studio dei tumori e direttore scientifico dell’ASL di Forlì – sta notevolmente migliorando. Non sono ancora disponibili dati ufficiali sull’aspettativa di vita, però la risoluzione delle complicanze si traduce senza dubbio anche in guadagno di vita. Una vera e propria rivoluzione in un settore dell’oncologia che per molto tempo è rimasto bloccato. Ciò significa che per noi oncologi medici si aprono nuove prospettive nella gestione del paziente con metastasi”.
“La ridotta tossicità renale dell’acido zoledronico – spiega il professor Pierfranco Conte, ordinario di oncologia medica del Dipartimento di oncologia e ematologia dell’Università di Modena – ci consente una somministrazione in tempi molto più brevi, 15 minuti contro le 2 ore richieste dai farmaci di precedente concezione con conseguente riduzione dell’ospedalizazzione, miglioramento della qualità di vita del paziente e riduzione in generale dei costi sociali e sanitari. Inoltre l’acido zoledronico agisce sia sulla metastasi inibendo l’azione degli osteoclasti sia sul tumore primario e sconfigge nel giro di pochi giorni episodi di ipercalcemia maligna, complicanza potenzialmente fatale legata alla metastasi ossea”.
Ma per affrontare efficacemente il problema delle metastasi, oltre ai successi sempre più evidenti ottenuti con i farmaci oggi a disposizione, è necessario un approccio clinico che veda coinvolti l’oncologo e tutti gli specialisti che, con le loro diverse competenze, si trovano a curare il malato di cancro. “Per questo è nato il Progetto Osteoncologia – spiega il professor Stefano Cascinu, direttore della Clinica di Oncologia Medica dell’Università degli Studi di Ancona – l’idea cioè di una serie di corsi rivolti in prima battuta agli oncologi e poi via via agli altri specialisti coinvolti nella cura della metastasi: radioterapisti, ortopedici, anestesisti, esperti in terapia del dolore. L’intenzione è quella di creare non tanto una nuova figura professionale quanto una nuova competenza, intesa da una parte come capacità di riconoscere tempestivamente e di non sottovalutare i sintomi riportati dal paziente oncologico, dall’altra come possibilità di individuazione degli approcci terapeutici più indicati ai singoli casi. Il ruolo dell’oncologo, in questo contesto, sarebbe quello di regista, coordinatore nell’ambito di un rapporto paritario”.
Un gruppo multidisciplinare di cui dovrebbe far parte anche uno psicologo. “Scoprire di avere una metastasi – spiega infatti la dottoressa Flora Degrassi, medico specializzato in chirurgia generale, igiene e medicina preventiva e membro del consiglio direttivo di Europa Donna – rappresenta un nuovo trauma in un paziente che, pur sapendo di aver avuto il cancro, spera sempre di essere guarito. Dal punto di vista psicologico, quindi, questo è il primo grave problema da affrontare. Da qui l’importanza di un approccio multidisciplinare della malattia che comprenda l’assistenza psicologica. Sarebbe infatti auspicabile che tutti i centri oncologici italiani, al pari dei più attrezzati e di molte strutture all’avanguardia presenti in Europa, potessero contare anche sulla figura di uno psiconcologo, importante riferimento non solo per il malato ma anche per le famiglie e per gli stessi operatori che quotidianamente si trovano a dover affrontare situazioni di forte stress emotivo”.
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