lunedì, 4 maggio 2026
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31 Agosto 2002

LO STUDIO C.U.R.E. E LE NUOVE LINEE GUIDA PER IL TRATTAMENTO DELLA SINDROME CORONARICA ACUTA

Tutti i pazienti dello studio assumevano la terapia tradizionale a base di acido acetil salicilico (asa o aspirina), più eventualmente altri farmaci antitrombotici, una metà anche il clopidogrel (il primo giorno 300 mg, poi tra 75 e 325 mg al dì), l’altra metà, invece, un placebo. La durata media del periodo d’osservazione è stata di 9 mesi. I risultati hanno dimostrato i benefici del clopidogrel associato alla terapia tradizionale rispetto ai pazienti trattati con placebo: nel gruppo che assumeva sia aspirina che clopidogrel (più eventualmente altri farmaci antitrombotici), è stata osservata una riduzione del 20% del rischio di sviluppare una delle tre manifestazioni più gravi correlate alla sindrome coronarica acuta e cioè: infarto del miocardio, ictus e morte cardiovascolare improvvisa.
Nello stesso gruppo è stata registrata anche una significativa riduzione, del 24%, dei nuovi episodi di angina instabile grave.
In definitiva, i dati emersi dallo studio CURE sono stati tali da giustificare l’attribuzione della definizione di “superaspirina” per il clopidogrel, per la capacità del farmaco di fornire, con una singola dose giornaliera, un vantaggio immediato e protratto nel tempo, pari al 20% di riduzione di rischio di eventi cardiovascolari maggiori.
In un sottoinsieme dei pazienti del CURE, è stato condotto parallelamente un sottostudio (studio PCI-CURE, Percutaneous Coronary Intervention – CURE) con le stesse modalità (asa, ed eventualmente altri farmaci antitrombotici, a tutti, clopidogrel a una metà, placebo all’altra metà), su 2.658 pazienti sottoposti a un intervento coronarico per via percutanea (angioplastica). Si è così potuto valutare l’effetto del clopidogrel anche sui pazienti con sindrome coronarica acuta trattati sia farmacologicamente che meccanicamente: nel gruppo che riceveva sia asa che clopidogrel è stata registrata una diminuzione del 31% del rischio relativo di infarto o morte cardiovascolare rispetto al gruppo che riceveva solo asa, più eventualmente altri farmaci della terapia antitrombotica tradizionale. Tale riduzione si è mantenuta costante, sia nei primi 30 giorni che fino a 12 mesi dall’intervento e dall’inizio della terapia.
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