Medinews
17 Maggio 2002

L’IMPORTANZA DI UNA DIAGNOSI CORRETTA

Il parkinsonismo può essere una manifestazione precoce di malattie neurodegenerative gravi e progressive.
Ci sono disturbi che possono “mimare” il parkisonismo, il più comune è il tremore essenziale, una condizione più diffusa e benigna della malattia di Parkinson.
La presenza contemporanea di artrite, il decadimento congnitivo o alcuni disturbi cerebrovascolari possono influire sui movimenti in modo da suggerire parkinsonismo, specie nei pazienti anziani. Un modo per verificare, in casi ambigui, la causa del tremore è somministrare levodopa e valutare gli effetti del trattamento.

Anche se la maggior parte dei pazienti con malattia di Parkinson o con sintomi di parkinsonismo riceve una diagnosi corretta sulla base dei criteri clinici, esiste una minoranza non trascurabile che pone al medico sostanziali difficoltà per la corretta individuazione del tipo di disturbo. Questo accade quando non tutti i sintomi classici della malattia insorgono contemporaneamente o si presentano in modo lieve, mescolati, contraddittori. La presenza di altre condizioni può confondere la diagnosi: la percentuale di errori diagnostici – stimata da recenti studi tra il 10 e il 25% – dipende oltre che dai fattori già citati anche dal tipo di specializzazione del medico (generalista, geriatra, neurologo).

Un recente studio condotto su 402 pazienti nel nord del Galles già in trattamento con farmaci antiparkinson, rivalutati in un’unità di geriatria universitaria, ha avuto conferma di diagnosi di parkinsonismo nel 74% dei casi. Solo il 53% di questi probabilmente, secondo i criteri di valutazione clinici, era affetta da morbo di Parkinson. Dei 103 pazienti con diagnosi non confermata, il 48% è stato poi riconosciuto affetto da tremore essenziale, il 36% da pseudoparkinsonismo vascolare, il 16 % da malattia di Alzheimer. Oltre un quarto dei malati non avevano quindi alcun beneficio dal trattamento farmacologico impostato. Questo fenomeno, emerso anche da altri studi, appare ancora più grave se si considera che i pazienti trattati senza benefici con farmaci antiparkinson non solo non ottenevano miglioramenti ma ne subivano gli effetti collaterali. Una diagnosi non corretta in questi casi rappresenta anche una perdita economica per il costo dei farmaci inutilmente prescritti oltre che un ritardo nella possibilità di alleviare i sintomi e le disabilità conseguenti ad altre malattie non individuate.


Esami strumentali

L’esame clinico del neurologo può essere integrato dal ricorso a TAC o Risonanza Magnetica, utili nella diagnosi differenziale per escludere altre patologie quali tumori o demenza multiinfartuale. La risonanza magnetica può escludere forme di atrofizzazione del tronco encefalico o del cervelletto. I nuovi test funzionali, quali la SPECT (tomografia ad emissione di fotone singolo) e la PET (tomografia ad emissione di positroni), permettono una diagnosi molto accurata anche in fase precoce grazie alla loro capacità di rilevare anche minime alterazioni della via dopaminergica. La SPECT utilizzata con il nuovo radiotracciante dei recettori per la dopamina (ioflupane) permette di ottenere un’immagine del cervello grazie alla quale si riesce a cogliere la riduzione numerica dei neuroni in fase ancora presintomatica, cioè quando la perdita è intorno al 5%. E di ottenere una diagnosi differenziale delle sindromi parkinsoniane, consentendo di distinguerle dal tremore essenziale nei casi un cui la diagnosi clinica non sia certa.
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