sabato, 5 dicembre 2020
Medinews
17 Maggio 2002

I RADIOFARMACI

Il primo radiofarmaco introdotto nella pratica clinica è stato lo Iodio-131 (131I), utilizzato nello studio delle patologie tiroidee. Tutti i radionuclidi utilizzati venivano prodotti solo in alcuni grandi centri nucleari, prevalentemente negli Stati Uniti e in Canada, da cui venivano spediti per via aerea ai singoli laboratori che li richiedevano caso per caso. Non è difficile immaginare il costo di questa procedura.
Sono stati poi progressivamente sviluppati vari radiofarmaci in grado di concentrarsi elettivamente in diversi tessuti e organi, permettendo quindi lo studio delle loro caratteristiche morfo-funzionali. Ogni radiofarmaco si differenzia dagli altri in base alla molecola che è legata alla componente radioattiva (Iodio, tecnezio, ecc..).
Una importante caratteristica per i radionuclidi impiegati in diagnostica è l’emivita, cioè il tempo in cui il farmaco dimezza la sua radioattività. Ioflupane utilizzato per la diagnosi di morbo di Parkinson, ad esempio, ha una emivita di solo 6 ore: il che vuol dire che qualunque quantitativo di radioattività dovesse – ad esempio – entrare nel sistema fognario tramite le urine o le feci dei pazienti, si auto-esaurirebbe in un paio di giorni, non contaminando l’ambiente.
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