Medinews
17 Maggio 2002

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. ANGELO ANTONINI

La malattia di Parkinson interessa anche i giovani: in Italia sono circa 20 mila le persone al di sotto dei 40 anni colpite da questo disturbo neurologico e ogni anno 2.000 casi si aggiungono alla lista. Ma poiché è ancora considerata una malattia che insorge in età avanzata, la maggior parte dei pazienti giovani oggi non beneficia di una diagnosi corretta e tempestiva: passano così anni preziosi prima che i disturbi – attribuiti a patologie neurologiche diverse, addirittura a problemi psicologici o psichiatrici come una sindrome depressiva – vengano correttamente classificati e curati.
Il malato, intanto, è costretto dai suoi disturbi incontrollati a smettere di lavorare, non riesce ad avere una vita normale, sposarsi, avere dei figli. Molti ancora non sanno che da qualche anno una diagnosi certa è possibile attraverso l’utilizzo di esami diagnostici di neuroimmagine con radiofarmaci (come ioflupane), in Italia disponibili da qualche mese ma sottoutilizzati.
Oggi, con l’avvento di nuove armi terapeutiche in grado di frenare la progressione della malattia, vi è un motivo in più per volere una diagnosi il più precoce possibile di malattia di Parkinson, che consenta di instaurare una terapia in grado di rallentare il danno cerebrale. Alla luce dei nuovi studi che hanno documentato l’effetto neuroprotettivo di farmaci dopaminoagonisti per la cura della malattia di Parkinson appare indispensabile modificare radicalmente il nostro approccio al disturbo. A partire proprio dall’atteggiamento del neurologo. Fino ad oggi, infatti, la prassi predominante del clinico è di valutare il paziente con sospetto di Parkinson, magari ricoverarlo per una ventina di giorni suggerendo un trattamento, spesso blando oppure a base di sola levodopa. Poi, a distanza di 6 mesi – un anno si verificava se il sospetto di diagnosi era confermato dall’aggravarsi dei sintomi. Questo atteggiamento oggi non è più eticamente accettabile. Si impone l’esigenza di fare di più, di compiere un ulteriore importante passo nella battaglia contro la malattia, rappresentato dall’implementazione, addirittura dell’uso routinario del test diagnostico oggi disponibile. L’esame con ioflupane andrebbe eseguito nelle popolazioni a rischio (soggetti geneticamente predisposti o coloro che sono esposti professionalmente a sostanze chiaramente riconosciute come tossiche) e risulta particolarmente raccomandato nel sospetto della malattia in soggetti giovani. Esistono inoltre determinate aree geografiche a rischio, come l’area delle valli bergamasche, l’Irpinia, il Salento dove le malattie genetiche sono più frequenti per le condizioni di maggiore isolamento e i conseguenti minori scambi genetici con altre popolazioni.
Finora ioflupane è stato poco utilizzato, ma è naturale istanza dei pazienti ottenere una sua maggiore diffusione, anche se esiste un problema di costi. Ottenere una diagnosi precoce, affrontando un momento particolarmente delicato e critico dal punto di vista psicologico per il paziente e per la sua famiglia, è oggi un passo fondamentale perché sinonimo di un trattamento immediato ed efficace. Lo sforzo della comunità scientifica dovrà essere quello di individuare indicazioni appropriate e gruppi di pazienti in cui i benefici dell’esecuzione del test ne giustifichino i costi. Pensando a quanto costa al sistema sanitario – e a tutta la società – un paziente giovane costretto dalla malattia a smettere di lavorare.
IL PROF. ANGELO ANTONINI È RESPONSABILE DELLA RICERCA CLINICA DELL’ISTITUTO PARKINSON, ISTITUTI CLINICI DI PERFEZIONAMENTO DI MILANO
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