giovedì, 22 gennaio 2026
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16 Maggio 2002

COMUNICATO STAMPA ARTRITE REUMATOIDE: PRIME LINEE GUIDA ITALIANE SULL’UTILIZZO DEI FARMACI BIOLOGICI

L’artrite reumatoide può essere considerata il paradigma delle malattie reumatiche invalidanti: colpisce lo 0.5-0,6% della popolazione ed è responsabile di perdita della attività lavorativa nel 50% dei pazienti in un periodo di 10 anni dall’esordio. Ma non solo: se non trattata adeguatamente, può accorciare la durata della vita di 5-15 anni. “E’ una malattia molto seria – afferma il prof. Gian Franco Ferraccioli, Direttore della Cattedra e Clinica di Reumatologia del Policlinico-Università di Udine – anche se spesso trascurata e negletta nelle stime più o meno ufficiali nazionali. Recentemente in un editoriale sull’American Journal of Medicine, un opinion leader dei Reumatologi USA ha scritto che la diagnosi e la terapia corretta dell’artrite reumatoide dovrebbe essere considerata in tutte le realtà una vera e propria emergenza medica, perché spesso mal diagnosticata e non adeguatamente trattata dai non specialisti, cioè dai non reumatologi”. Due sono i momenti fondamentali individuati dalla consensus: la necessità di una diagnosi corretta precoce e l’impostazione di una terapia altrettanto corretta e precoce, al massimo entro 4 mesi dall’inizio dei sintomi. Ma per questo è necessaria una organizzazione sanitaria precisa, un corretto posizionamento dei farmaci e soprattutto un comportamento uniforme in tutte le Regioni. “Si tratta di punti cruciali – spiega la dott. Bianca Canesi, direttore del centro di Reumatologia dell’Ospedale Riguarda di Milano –: primo perché con un intervento terapeutico corretto si evita il decorso invalidante e progressivo, che condiziona la capacità lavorativa e la durata della vita dei pazienti, e questo non significa un uso ‘a pioggia’ di questi farmaci; secondo perché il paziente con malattia controllata dalla terapia costa complessivamente alla società circa 6.000 euro l’anno, mentre se la malattia è severa e non controllata il costo può arrivare sino a 25.000 euro l’anno con punte di 75 mila soprattutto quando vi sia indicazione all’impiego di farmaci biologici, realizzati con metodologia di ingegneria genetica e mirati su alcuni dei meccanismi più specifici della malattia reumatoide; terzo, con un comportamento uniforme delle Regioni si evitano i pellegrinaggi dei pazienti da una parte all’altre dell’Italia”.
Ma quando il reumatologo individua la necessità di un intervento terapeutico, anche con i farmaci biologici più costosi, è indubbio che deve essere reso possibile l’accesso a questi trattamenti. “Tra perdita della capacità lavorativa e costo della terapia, l’interesse complessivo, anche economico, dell’intera società – spiega Ferraccioli – è sicuramente quello di mantenere la capacità lavorativa e una buona qualità di vita. Oggi questo non avviene in tutti i casi”.
Nonostante l’impegno del Ministero della Salute, attraverso il progetto ANTARES, per dare indicazioni sull’uso corretto e controllato di questi farmaci, il trasferimento sul territorio delle risorse non è omogeneo e non consente di controllare le effettive priorità nella scelta dei pazienti da trattare. Alcune Regioni infatti si sono attenute al progetto, mentre altre Regioni non hanno provveduto a mettere in atto adeguati strumenti di rimborso e/o hanno preferito immaginare erogazioni in molte sedi, spesso non provviste di specifica competenza reumatologica, piuttosto che consentire a Centri qualificati di definire le reali priorità degli interventi.
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