Medinews
9 Aprile 2002

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL DR. AUGUSTO ZANINELLI

LA “VIA CRUCIS” DEL PAZIENTE CON L’ARTROSI

È il dolore a spingere il paziente dal medico. Lo scopo immediato e principale del paziente, dunque, non è sapere di avere l’artrosi o una malattia reumatica, ma di stare bene. Alla scomparsa del dolore si associa infatti spesso il miglioramento della funzionalità articolare e quindi la possibilità di tornare a svolgere le normali attività quotidiane.
Il medico di famiglia è la figura professionale che incontra il paziente per la prima volta. Dispone di “armi” diagnostiche e farmacologiche, ma non sempre è in grado di risolvere completamente il problema. In questi casi indirizza il proprio paziente dallo specialista di riferimento, che è senz’altro il reumatologo.
In Italia, però, i reumatologi sono pochi e mal distribuiti sul territorio nazionale. Accade quindi spesso che l’assenza di questa importante figura professionale, trasformi a volte in specialisti di riferimento l’ortopedico o il fisiatra, a volte addirittura l’anestesista (terapia del dolore).
In assenza di un iter diagnostico preciso, i malati iniziano quindi una personale “via crucis”. Un pellegrinaggio infinito che, partendo dal medico di famiglia, passa dall’ortopedico, che prescrive vari accertamenti, costringendo i pazienti alle forche caudine delle liste d’attesa della radiografia, della TAC, poi della scintigrafia ossea, della risonanza magnetica nucleare, per arrivare agli esami di laboratorio.
La tappa successiva è generalmente la prescrizione di una terapia fisica. Molte realtà non consentono però al medico di famiglia di prescriverla direttamente. E’ infatti necessaria la valutazione, l’approvazione e l’identificazione della terapia più adeguata da parte del fisiatra. Spesso, alla fine di questo percorso, non solo il problema non è stato risolto, ma non scompare nemmeno il dolore. Un insuccesso che porta il paziente a prendere in considerazione altre forme di intervento, sia di tipo privato (esecuzione di fisioterapia in laboratori più o meno qualificati), sia di medicina alternativa (agopuntura, massaggi) fino a scivolare in cure non più mediche ed assolutamente estranee alle conoscenze scientifiche, con rischi non indifferenti per il malato e per il suo portafoglio.
Per risolvere questo “calvario” occorre dunque un accordo tra le figure interessate alla cura del malato reumatico. La classe medica dovrebbe dunque sedersi attorno ad un tavolo e codificare un percorso diagnostico terapeutico condiviso. Linee guida che ascrivano alle varie specialità i loro compiti e i rispettivi ambiti di competenza. La medicina generale è già in grado di affrontare il paziente, diagnosticare la malattia, prescrivere la terapia corretta e quindi tenere sotto controllo almeno la metà di tutte le forme dolorose legate all’artrosi e alle malattie reumatiche. Tutto questo grazie all’ausilio di farmaci specifici. Nuovi studi e nuove evidenze scientifiche pubblicati sulle più prestigiose riviste scientifiche confermano i dati positivi ottenuti trattando i pazienti con la glucosamina solfato, una delle poche armi a disposizione dei medici per la cura e la prevenzione dell’artrosi.
Si tratta ora di offrire alle varie figure specialistiche – reumatologo, fisiatra, ortopedico o anestesista (terapista del dolore) – i casi di propria competenza. E’ compito infine della medicina generale demandare agli specialisti solo quei pazienti che ne hanno veramente bisogno.
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