mercoledì, 14 aprile 2021
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9 Aprile 2002

I “DESAPARECIDOS” DELL’ARTROSI, 8 PAZIENTI SU 10 NON ARRIVANO MAI DAL REUMATOLOGO

Roma, 9 aprile 2002

E la ragione, a giudizio degli esperti e dei rappresentanti dei pazienti, riuniti a Siena dall’11 al 13 aprile al VI Congresso nazionale LIMAR-ANMAR, è da ricercare in un errato percorso terapeutico, che li porta a richiedere terapie fisiche o chirurgiche talvolta inutili, interventi non riconosciuti dalla medicina ufficiale, quando non addirittura a cadere nelle braccia di maghi e imbonitori televisivi. “Difficile dire quanti pazienti intraprendano questo percorso – sostiene il prof. Roberto Marcolongo direttore dell’Istituto di Reumatologia dell’Università di Siena e presidente della Limar (Lega Italiana per la Lotta alle Malattie Reumatiche). Posso però affermare che noi vediamo soltanto una minoranza di persone con malattie reumatiche, soprattutto gli artrosici. Se dovessimo sommare gli assistiti di tutti i centri reumatologici italiani, credo che non arriveremmo al milione: resta quindi da chiedersi dove vanno a finire gli altri 3 milioni e mezzo di artrosici”. Il risultato è un ritardo drammatico nella diagnosi e, di conseguenza, nella cura e nella prevenzione delle complicanze, oggi invece assolutamente controllabili grazie ai farmaci. È auspicabile quindi, dicono reumatologi e pazienti, che tutte le figure professionali coinvolte (medico di medicina generale, reumatologo, fisiatra e ortopedico) collaborino tra di loro: solo attraverso il lavoro coordinato di un network di specialisti sarà infatti possibile affrontare e risolvere i gravi problemi delle malattie reumatiche, dalle conseguenze invalidanti.

Quella del malato reumatico è spesso una via crucis personalizzata in cui le stazioni sono una variabile indipendente. “In genere – spiega Augusto Zaninelli, medico di medicina generale – la molla che spinge una persona ad occuparsi di quanto gli sta accadendo è il dolore. Lo scopo immediato del paziente non è dunque sapere di avere l’artrosi o una malattia reumatica, ma di stare bene. Anche perché c’è spesso la convinzione che il miglioramento della funzionalità articolare e quindi la possibilità di tornare a svolgere le normali attività quotidiane siano legate alla scomparsa del dolore”.
E per lenire il male – sostengono gli esperti – questi malati finiscono per perdersi in un lungo tour di visite e di trattamenti, che non fanno altro che prolungare nel tempo l’inizio delle terapie più opportune.
“Un pellegrinaggio infinito – lo definisce il dott. Zaninelli – che parte dal medico di famiglia, passa dall’ortopedico, il quale prescrive vari accertamenti, costringendo i pazienti alle forche caudine delle liste d’attesa della radiografia, della TAC, poi della scintigrafia ossea, della risonanza magnetica nucleare, per arrivare agli esami di laboratorio. La tappa successiva è generalmente la terapia fisica. Spesso, alla fine di questo percorso, non solo il problema non è stato risolto, ma non scompare nemmeno il dolore. Un insuccesso che porta il paziente a prendere in considerazione altre forme di intervento, sia di tipo privato (esecuzione di fisioterapia in laboratori più o meno qualificati), sia di medicina alternativa (agopuntura, massaggi)”.
“Non bisogna infatti dimenticare – aggiunge il prof. Alessandro Ciocci, presidente dell’ANMAR, l’Associazione Nazionale dei Malati Reumatici – che in reumatologia siamo di fronte a malattie di cui spesso non si conosce la causa. In questi casi il rischio per i pazienti è di imbattersi in persone non qualificate, non medici, che sottopongono i malati alle cosiddette “terapie alternative”. Cure non più mediche, quindi, ed assolutamente estranee alle conoscenze scientifiche, con rischi non indifferenti per il malato e per il suo portafoglio”.
Che fare, dunque? “Prima di tutto – sostiene Marcolongo – c’è la necessità di organizzare un network assistenziale. Io credo che un ruolo decisivo lo giochi il medico di medicina generale, grazie alla conoscenza e al rapporto di fiducia che generalmente instaura con i suoi assistiti. Molti medici di famiglia hanno una buona cultura reumatologica e sono in grado di diagnosticare e di gestire una malattia reumatica. Quando però il problema è più complesso, l’ideale sarebbe che il medico inviasse il paziente allo specialista reumatologo il quale a sua volta dovrebbe essere in stretto contatto con la riabilitazione o con la chirurgia ortopedica. Sarebbe dunque auspicabile che le 4 società scientifiche – reumatologia, medicina generale, fisiatria e ortopedia – arrivassero a istituzionalizzare un rapporto di collaborazione, per cui su tutto il territorio nazionale ci possa essere un’équipe composta da varie figure specialistiche che interagiscono tra loro. Credo che questa sia l’unica strada per affrontare e risolvere il problema. Non è infatti pensabile che possano nascere centinaia di centri reumatologici: a fare la differenza nella diagnosi e nella cura adeguata di questi pazienti sarà soprattutto la collaborazione tra gli specialisti e l’architrave di tutto dovrà essere rappresentata dal medico di medicina generale e dal reumatologo”.
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