martedì, 4 agosto 2020
Medinews
18 Marzo 2002

07 UN PIANETA CON I CAPELLI BIANCHISONO NECESSARI TRIAL CLINICI PER I PAZIENTI ANZIANI

Intervista con Francesco Di Costanzo, direttore U.O di Oncologia Medica, Azienda Ospedaliera Careggi di Firenze e segretario nazionale dell’AIOM

Prof. Di Costanzo, questo vuol dire che assisteremo anche ad un aumento dei tumori?
Esattamente. Nel 2000, il 46% della neoplasie è stato diagnosticato in persone con più di 65 anni: il 57% ha colpito cittadini residenti nei Paesi industrializzati, mentre il 42% ha colpito uomini e donne nei paesi in via di sviluppo. Le proiezioni ci dicono che tra 50 anni il 57% delle persone che si ammaleranno di cancro sarà ultrasessantacinquenne: il 71% risiederà nei paesi sviluppati e il 53% nei paesi in via di sviluppo.

Chiaramente, a questo punto, dovrà cambiare anche l’approccio terapeutico verso questa malattia…
Sicuramente questi pazienti dovranno ricevere un trattamento e se nel frattempo non verranno sviluppati farmaci meno tossici avremo non pochi problemi. Non dobbiamo infatti dimenticare che l’anziano, soprattutto nella fascia d’età oltre gli 80 anni, è un paziente fragile, spesso con diverse patologie correlate, e la terapia è molto più difficile per la presenza di comorbidità.

Quindi?
Quindi abbiamo bisogno di disegnare studi specifici per il paziente anziano, in modo da avere le informazioni necessarie per capire quale può essere l’intervento più adatto. Fino ad oggi tutti gli studi condotti dai grandi gruppi cooperativi a livello mondiale hanno incluso solo una minima parte di persone con più di 65 anni. Cosa significa tutto ciò? Che non abbiamo assolutamente informazioni su questo tipo di popolazione se non quelle dedotte da sub analisi di grandi trial: l’esperienza maturata finora, sia dal punto di vista del trattamento chemioterapico che dei trattamenti integrati, è dunque molto bassa.

Mi par di capire che il suo auspicio, se non vogliamo chiamarlo appello, è di fare ricerca?
Dico che c’è sicuramente bisogno di approfondire questo campo. L’evoluzione della malattia nell’anziano, anche per fattori biologici, è diversa da quella di un giovane. E’ perciò impossibile trasferire sic et simpliciter i risultati che abbiamo in un giovane e attenderci la stessa risposta da un anziano. Le cifre a cui accennavo prima impongono agli oncologi medici, ai radioterapisti, a chiunque si interessa di oncologia di attrezzarsi per avere dei dati trasferibili nella pratica clinica. Ma c’è un altro aspetto che crea problemi nella ricerca.

Quale?
Molti dei trial risentono della mortalità dei pazienti dovuta a cause diverse dal cancro. Se per esempio scorporiamo i dati del carcinoma alla mammella, vediamo che la mortalità per altre malattie nelle pazienti anziane è superiore alla mortalità provocata dal tumore.

Fino a poco tempo fa si pensava che a curare un paziente anziano malato di cancro si rischiasse soltanto un over treatment. Qual è la sua opinione?
Oggi una persona di 65 anni in buone condizioni di salute ha un’aspettativa di vita di 20 anni, con una mediana di 18.5. Se invece ha una malattia la sua spettanza di vita scende a 9.7 anni. Una persona di 75 anni “sana” ha un’aspettativa di vita di altri 12 anni: in presenza di malattie collaterali l’aspettativa scende a 7 anni. Un 85enne in buone condizioni può vivere altri 6 anni, 4.5 in presenza di malattia. Cosa voglio dire? Che tutto questo deve essere tenuto in grande considerazione, perché non trattare un paziente di 70 anni significa ridurgli arbitrariamente le possibilità che avrebbe di proiezione di vita.

Lei si riferisce ad anziani in buone condizioni di salute generali: nel caso però dei pazienti fragili cosa si deve fare?
Il paziente fragile è un persona che ha più di tre patologie correlate: in questi pazienti la curva di sopravvivenza teorica è quasi dimezzata: in un 75enne passa dai 12 ai 7 anni, in una persona di 80 anni scende da 8 anni a 5.9 anni. Il risultato di un trattamento adiuvante può cioè essere inficiato da una mortalità per così dire naturale. Questo ci impone molta prudenza e una valutazione d’impatto del trattamento in termini di sopravvivenza e di qualità della vita.

In che modo è possibile stabilire chi può essere trattato e chi no?
La valutazione dei pro e dei contro può essere superata solo dalla razionalizzazione dei trial clinici. Come tutti i Paesi industrializzati anche l’Italia ha urgenza di avere dati certi: da qui nasce anche il forte richiamo dell’AIOM alle istituzioni sanitarie perché si attrezzino per tempo: un paziente anziano avrà sempre più bisogno di ricovero e questo chiaramente aumenterà esponenzialmente i costi.

Di quanto?
C’è un lavoro che valuta i costi del trattamento per anno di vita salvata da cui emergono cifre di un certo spessore. Per esempio, questo studio ci dice che la spesa per la chemioterapia nel carcinoma della mammella in una donna con più di 80 anni è equiparabile a quella di un trapianto di fegato. Il trapianto di cuore in America costa 28.000 dollari; una chemioterapia per nodi negativi in una donna di 75 anni può arrivare a circa 44.000 dollari, sempre per un anno di vita salvata. Alte dosi di chemioterapia per la mammella metastatica costano 115.000 dollari, un by pass coronario 5600 dollari. Ma del resto di fronte a un vantaggio per il malato non si possono fare discorsi di soldi, anche se nell’impostare questi trattamenti si dovrà essere estremamente certi del giovamento.

Qual è l’obiettivo dell’AIOM con questo congresso?
L’AIOM ha investito molto sul tema anziani e la dimostrazione è questo convegno di Abano Terme. Il nostro obiettivo è prima di tutto di fare cultura sollecitando i medici a ragionare di queste problematiche, ma da qui deve scaturire una sollecitazione forte alle istituzioni a finanziare ricerche sugli anziani.
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