martedì, 1 dicembre 2020
Medinews
16 Marzo 2002

LA CIRROSI E IL TRAPIANTO DI FEGATO

Il grado più severo di compromissione epatica è rappresentato dalla cirrosi: con il passare degli anni l’infiammazione può provocare una specie di cicatrizzazione di ampie zone del fegato, denominata fibrosi, con conseguente alterazione della struttura dell’organo e grave compromissione delle sue capacità funzionali. I sintomi iniziali di una forma severa di cirrosi epatica sono rappresentati da debolezza molto intensa, dimagramento, ittero o subittero, comparsa di ascite e edema declive per ritenzione idrica, episodi di sanguinamento gastro-intestinale. La cirrosi, a differenza della epatite cronica, è un processo irreversibile e può essere causa di morte, sia per la progressiva riduzione delle capacità funzionali del fegato, sia in quanto favorisce l’insorgenza del tumore primitivo del fegato (epatocarcinoma).
La cirrosi da virus C costituisce una delle più frequenti indicazioni al trapianto di fegato (circa il 25% dei casi in Usa ed Europa). La sopravvivenza media a 5 anni dal trapianto è del 60% e in alcune casistiche raggiunge anche il 100% circa. Il rischio di reinfezione dell’organo trapiantato appare però elevato (dal 70 al 100% dei casi). La reinfezione compare generalmente a distanza di poche settimane dal trapianto: il 25-50% dei pazienti reinfettatisi dopo il trapianto sviluppa epatite cronica attiva e il 10% circa evolve in cirrosi in un periodo variabile da 2 a 5 anni. Nell’altra metà dei pazienti la reinfezione da HCV non provoca la comparsa di danno epatico istologicamente accertato. Solo in una piccola percentuale di pazienti (<10%) la reinfezione provoca una forma grave di epatite ad impronta colestatica il cui esito è fatale.
TORNA INDIETRO