martedì, 1 dicembre 2020
Medinews
19 Febbraio 2002

MORONI E IARDINO: “IL VERO PROBLEMA E’ L’EPATITE C, SUL VACCINO ANCORA TROPPA CONFUSIONE”

Milano, 22 febbraio 2002 – “In questa quinta edizione del congresso Ombre e Luci – spiega il prof. Mauro Moroni, direttore dell’Istituto di Malattie Infettive e Tropicali dell’Università di Milano e presidente dell’ANLAIDS sezione Lombarda – faremo come sempre il punto sulla situazione dell’infezione da HIV, con un’attenzione particolare da un lato al vaccino, e quindi sulle novità terapeutiche, dall’altro ad alcuni dei principali problemi emergenti per le persone sieropositive. In particolare quest’anno valuteremo la coinfezione dell’HIV con i virus epatitici (HCV e HBV)”.
“Le problematiche che andiamo a toccare – rimarca Rosaria Iardino, rappresentante delle persone sieropositive nella Commissione Nazionale AIDS – stanno diventando più importanti dell’HIV: oggi le persone sieropositive muoiono più a causa dell’epatite C che per AIDS. Per questo è fondamentale che i clinici, i ricercatori, ma anche le Associazioni dei pazienti inizino a prendere atto della situazione e ad affrontarla. I pazienti hanno bisogno di risposte”.
“Sul vaccino – sostiene Moroni – è necessario fare un po’ di chiarezza per evitare che nascano troppe aspettative. In senso classico il vaccino viene somministrato per evitare un’infezione: così funziona per esempio il vaccino antitetanico, quello antidifterico e l’antipoliomielitico. E anche per l’HIV si sta lavorando per la messa a punto di un vaccino preventivo da utilizzare nelle persone esposte al rischio ma non ancora infette. Purtroppo però siamo ancora lontani da questo traguardo: si valuta infatti in decenni la possibilità di arrivare ad una vaccinazione di massa. Il vaccino a cui sta lavorando l’equipe dell’Istituto Superiore di Sanità, guidata dalla dott. Barbara Ensoli – precisa il direttore dell’Istituto di Malattie Infettive e Tropicali dell’Università di Milano – rientra nell’ambito dell’immunoterapia attiva, cioè di presidi in grado di stimolare il sistema immunitario in modo specifico contro HIV, al fine di potenziare i farmaci antiretrovirale che già vengono utilizzati. Nell’ipotesi più ottimistica – precisa ancora Moroni – la sinergia tra farmaci antiretrovirale e vaccini potrebbe un domani portare anche all’eradicazione dell’infezione: un obiettivo ambizioso, non di per sé impossibile, ma sicuramente lontano. Più vicina e realistica è invece la possibilità di potenziare appunto le attuali terapie antiretrovirale. Credo dunque sia importante portare un elemento di chiarezza, parlando direttamente con le persone sieropositive, su quello che si intende per vaccino protettivo, quello che si intende per immunoterapia attiva e quali sono i limiti di questa immunoterapia”. L’altro argomento in discussione riguarda la coinfezione del virus dell’HIV con i virus epatitici. “Oltre all’infezione da HIV – continua il prof. Moroni – molte persone hanno anche l’epatite: la B, ma soprattutto la C”. Ed è questo il vero grande dramma per la maggior parte dei sieropositivi. “Sarebbe infatti un tragica beffa – dice Moroni – essere riusciti a sopprimere la replicazione virale da HIV e lasciare evolvere verso la cirrosi le infezioni da virus epatitici. Quando le persone sieropositive avevano una sopravvivenza relativamente breve era inutile accanirsi anche contro questi virus. Oggi che l’aspettativa di vita è lunga è doveroso intervenire per evitare appunto di trovarsi poi a 5-10 anni di distanza con una cirrosi non più curabile. Un secondo aspetto è che, a differenza di pochi anni fa, la percentuale di efficacia delle terapie contro le epatiti croniche è aumentata con l’impiego di particolari preparazioni farmacologiche: gli interferoni in monoterapia o in associazione con la Ribavirina per l’epatite C e la Lamivudina per l’epatite B. Da una parte abbiamo dunque terapie più efficaci, dall’altra una sopravvivenza compatibile con lo sviluppo della cirrosi. Si tratta quindi di fare il punto della situazione parlando direttamente con le persone sieropositive, sensibilizzando loro e i medici a non trascurare questa coinfezione”.
In questo contesto si pone anche il discorso del trapianto di fegato. “L’argomento – concludono Moroni e Iardino – è ben presente nella comunità scientifica e se n’è discusso anche in Commissione Nazionale Aids: l’obiettivo è quello di far cadere ogni pregiudiziale di massima nei confronti del trapianto ai sieropositivi e affrontare il problema in termini scientifici, avendo cioè chiari i vantaggi, i rischi, le indicazioni. Ma se si rivela una possibilità clinicamente vantaggiosa è una strada che va percorsa”.
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