sabato, 5 dicembre 2020
Medinews
19 Febbraio 2002

CAROSI: “IL 70% DEI SIEROPOSITIVI HA L’EPATITE C”

Milano, 22 febbraio 2002 – “Fino al 1996 – spiega il prof. Giampiero Carosi, direttore della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali dell’Università di Brescia – la maggior parte dei sieropositivi passava in AIDS conclamato nell’arco di 7-10 anni. A quel punto la loro aspettativa di vita era inferiore all’anno. A partire dal 1996, con l’arrivo sul mercato degli inibitori della proteasi e, successivamente, di altri farmaci antiretrovirale (oggi ne abbiamo a disposizione una quindicina, distribuiti in tre classi), sono in pochi i pazienti HIV+ che si ammalano di AIDS, e anche i meno fortunati vivono più a lungo”.
La quasi cronicizzazione della malattie e l’allungamento della vita ha però portato altri problemi. “L’altra faccia della medaglia – avverte Carosi – è oggi rappresentata dalla coinfezione con i virus dell’epatite, la B ma soprattutto la C, il cui decorso è molto più lento. L’epatite C cronica impiega 20-30 anni per evolvere in cirrosi, dopodiché ci vogliono ancora anni prima di arrivare all’insufficienza epatica o al cancro del fegato. Oggi possiamo dire che è questo il vero grande problema delle persone con HIV, quasi un paradosso: in molti pazienti si riesce a controllare bene il virus dell’AIDS ma non quello dell’epatite C”.
Le persone che vanno incontro a coinfezione sono complessivamente tra il 60 e il 70%. Per la maggior parte tossicodipendenti (90%), che hanno contratto il virus scambiandosi siringhe.
“Un tempo – precisa il direttore della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali dell’Università di Brescia – l’HIV poteva essere paragonato ad una lepre che correva velocemente incontro all’AIDS e alla morte, mentre il virus dell’epatite C era la tartaruga. Ora che siamo riusciti a rallentare quella folle corsa, la tartaruga non solo ha raggiunto la lepre ma l’ha anche superata. Oggi abbiamo infatti a disposizione una tale quantità di farmaci da essere in grado di arrestare l’avanzamento dell’HIV. Per l’epatite C, invece, disponiamo ancora di poche armi, anche se qualcosa si sta muovendo. Fino a 2-3 anni fa il farmaco di riferimento per questa patologia era l’Interferone, che però non è un antivirale specifico per l’epatite, ma aiuta a potenziare la risposta immune. Globalmente ha un’efficacia del 20-25%. Da 2 anni l’Interferone è stato sperimentato in associazione con un’altra molecola, la Ribavirina, e questa terapia ha portato la percentuale di successo al 40% complessivo. Per alcuni genotipi (il 2 e il 3) si tocca addirittura il 60-70%, mentre per il genotipo 1, che purtroppo da noi è il più frequente, i successi sono inferiori, attorno al 30-40%. Nel corso del 2001 è stato immesso sul mercato un nuovo Interferone, chiamato Interferone Pegilato, che ha mostrato un’efficacia superiore a quello tradizionale ed ha l’ulteriore vantaggio di un’unica somministrazione settimanale rispetto alle tre consuete. In più, l’associazione con Ribavirina da un ulteriore scarto di successo “a petto però – sostiene il prof. Carosi – che il paziente stia bene, almeno a livello immunologico. Il che significa avere un numero di linfociti CD4 superiore ai 350, possibilmente ai 500. Solo in questo caso si può osservare in un sieropositivo una percentuale di risposta efficace”.
In caso di coinfezione con il virus dell’epatite C (per la B esiste il vaccino) l’intervento del clinico è particolarmente complesso. “Se un paziente arriva all’osservazione con un alto numero di linfociti CD4 e non è stato ancora messo in trattamento per l’HIV, il primo passo è di curare l’epatite. Generalmente però il paziente si presenta quando ormai l’HIV è a uno stadio già avanzato. In questo caso bisogna prima riportare i linfociti CD4 ad un numero sufficientemente alto e quindi cercare di risolvere l’epatite. Certo questa seconda possibilità è la più complessa: la terapia con Interferone e Ribavirina provoca non pochi effetti collaterali e somministrarla ad un sieropositivo significa associarla alla terapia retrovirale già di per sé molto pesante”.
Che si può fare invece per il 50-60% dei pazienti con coinfezione e con genotipo 1 per i quali non abbiamo possibilità efficaci di trattamento? “Oggi – conclude Carosi – si stanno studiando farmaci antivirali specifici. Per l’epatite B saranno a disposizione l’anno prossimo o al massimo nel 2004. Per l’epatite C siamo ancora lontani”.
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