Medinews
28 Novembre 2001

VOLONTARIATO E IMPRESA

Direttore Governament Affairs and Communication
GlaxoSmithkline spa

Partiamo anzitutto dal volontariato. Il mio ovviamente non può che essere il punto di vista di un osservatore esterno. Ma nei molti anni che ho trascorso nel settore industriale, quasi tutti nella comunicazione e nelle relazioni esterne, ho avuto modo di osservare da vicino l’evoluzione del terzo settore e di intergire spesso con alcune delle sue componenti, soprattutto di area medico-sanitaria.
E questo mi ha consentito di coglierne molti dei cambiamenti strutturali e delle trasformazioni culturali che lo hanno attraversato. Tra questi uno dei più significativi mi è sembrato il passaggio da una concezione “storica” di tipo benefico-caritatevole ad una più attiva e movimentista orientata invece a difendere particolari interessi. Sia di tipo generale, come ad esempio la difesa dell’ambiente, che specifici di alcune minoranze o di alcune fasce più deboli, come è il caso delle associazioni di malati.
Questo è stato un cambio di passo significativo nel cammino del volontariato. Non solo per il significato che ha avuto in sé, ma anche perché ha segnato la traccia per molte delle organizzazioni che sono sorte in seguito. E che hanno, a volte, accentuato il dualismo tra organizzazioni non-profit e profit basandolo sulla contrapposizione tra mondo dei valori e mondo degli interessi.
A mio giudizio invece questa antinomia oltre ad essere inattuale è anche piuttosto semplicistica. Forse più che pensare che esiste un campo nobile ed uno meno nobile dell’agire umano sarebbe più utile pensare che c’è un modo, più o meno nobile, di fare le cose. Tutte le cose. Sia quelle che ci riguardano come soggetti sociali che quelle che ci riguardano come soggetti economici.
Ma veniamo alle imprese. Anche qui non sono mancati i cambiamenti. Negli ultimi anni in particolare, molte aziende hanno cominciato a ripensare al loro ruolo industriale ed al loro modo di rapportarsi alle esigenze della comunità. Ed hanno scoperto che focalizzando la propria missione ed i propri comportamenti non solo sul valore economico ma anche sulla qualità della vita lavorativa e sulla socialità riuscivano a migliorare le loro capacità di sviluppo e quindi anche a soddisfare meglio sia i clienti che gli azionisti.
Questa peraltro, non è un’ipotesi. E’ quanto risulta, ad esempio, anche dalla ricerca fatta dalla Wiesenberg, una società di fondi di investimento americana, che dimostra come i titoli “socialmente selezionati” siano mediamente più redditizi degli altri. Ed anche dalla recente decisione della Dow Jones di creare il Dow Jones Sustainability Index, per misurare il grado sostenibilità sociale delle imprese. E questo perché si è visto che più l’indice è positivo, migliore è la performance commerciale.
D’altro canto la cosa non dovrebbe sorprendere perché un impresa è una struttura di cerniera tra due sistemi: importa valori e regole sociali dal contesto socio-economico ed esporta valori, conoscenza e cooperazione. E quindi è, per natura, un soggetto sociale.
Il vero problema però sta nella difficoltà di tradurre tutto questo in modalità operative. Perché significa introdurre nell’organizzazione cambiamenti culturali molto significativi. Soprattutto significa considerare la propria azienda un sistema aperto, permeabile alle istanze che provengono dall’esterno ed al contempo socialmente attivo verso l’esterno.
Che tradotto poi sul piano dei rapporti con il volontariato significa, ad esempio, superare la logica della semplice donazione o del contributo caritatevole ma pensare piuttosto in termini di collaborazione e di partnership.
Questo naturalmente richiede che anche da parte delle organizzazioni di volontariato ci sia un’analoga apertura al dialogo e alla collaborazione.
A tale riguardo vorrei citare come esempio le oltre 100.000 persone che lavorano in GSK. Tra queste ce ne sono molte che si occupano di volontariato e molte altre che pur essendo orientate a farlo non lo fanno o perché non hanno trovato la strada giusta o perché hanno qualche normale diffidenza o solo perché hanno problemi di tempo.
Un’esperienza che si sta facendo nella nostra organizzazione è quella di facilitare coloro che desiderano impegnarsi a vantaggio della comunità. Ad esempio consentendo loro di utilizzare per questi scopi una parte del loro tempo lavorativo. Oppure di utilizzare competenze e conoscenze interne all’azienda per sostenere alcune iniziative.
Ma questo è solo un esempio. Ci sono infatti molte altre forme di collaborazione che hanno dato e stanno dando ottimi risultati. Ad esempio offrire l’ospitalità nei locali dell’azienda per riunioni o convegni. Rendere disponibile il network di contatti, con I media, con gli opinion leader, con le istituzioni e facilitare il rapporto con gli stessi. Fornire consulenze di comunicazione, organizzativa, scientifica.
Tutto questo per dire che la logica, non è quella di dare un contributo e poi sottrarsi a tutto ciò che ne può derivare, ma piuttosto quella di seguire più da vicino il processo nel suo insieme. Di partecipare, con le competenze e le strutture di cui si dispone in azienda, ai progetti che l’associazione vuole mettere in campo per raggiungere i suoi scopi istituzionali.
TORNA INDIETRO