giovedì, 3 dicembre 2020
Medinews
28 Novembre 2001

PROSPETTIVE PER IL VOLONTARIATO IN SANITA’

Presidente di GlaxoSmithkline e di Farmindustria

Milano. Ma se poniamo attenzione all’Italia nel suo complesso, l’ISTAT ci dice che le famiglie povere nel nostro Paese sono più di 2 milioni e mezzo: non molto meno di 8 milioni di persone. Sono soprattutto famiglie di pensionati, di anziani che vivono soli, più di un terzo dei quali ha un’età superiore a 75 anni. In complesso pensionati e pensionati più anziani costituiscono oltre il 53% delle famiglie povere in Italia: quasi 4 milioni di persone.
E che anziani sono, dal punto di vista della salute, punto di vista che mi interessa particolarmente, come rappresentante di un’area industriale, quella farmaceutica, che ha per missione la promozione e la salvaguardia della salute della popolazione? Sono anziani che sono affetti per oltre il 30% da tre malattie croniche nella fascia di età tra i 65 e i 69 anni, percentuale che si avvicina al 50% dai 75 anni in su.
Su poco meno di 3 milioni di disabili in Italia, due terzi all’incirca sono persone che hanno 65 e più anni.
Non sono soltanto i poveri e gli anziani che hanno bisogno di assistenza, non sono soltanto gli ammalati, anche se è giusto che di questi ci si preoccupi in modo prioritario. Ma non possiamo non richiamare alla mente, per accennarvi soltanto, altre povertà che riguardano l’educazione, le condizioni di lavoro, gli ideali e gli affetti le cui subdole ma pervasive presenze possono gravemente minare la vita civile e spirituale di una società.
Io sono un uomo di mercato e credo nel valore positivo del profitto, tuttavia non senza tener sempre conto di un’affermazione dell’economista Nobel 1998 Amartya Sen: “Il mercato fiorisce con la libertà, ma la libertà si impoverisce se si abbandonano i cittadini a un destino senza capacità e senza scelta”. Dove vi è povertà e bisogni non soccorsi, là non vi è libertà, né dignità.
Bisogni soccorsi. L’ISTAT ci informa che nel 1998 sono state erogate in Italia 2 miliardi e 840 milioni di ore di volontariato (l’80% verso lavoro di cura) a conferma, cito testualmente, “dell’esistenza nel Paese di un solido tessuto di solidarietà fra le persone”.
Tutto vero, ma non è abbastanza, non è mai abbastanza se è vero, come mette in rilievo l’ISTAT, che nell’arco di 15 anni sono indubbiamente aumentati i volontari (dal 20,8 al 22,5), ma sono diminuite le famiglie assistite, particolarmente quelle costituite da persone anziane che sono passate dal 30,7% dei primi anni ’80 al 16% della fine degli anni Novanta. Questa diminuzione può essere spiegata, per esempio, da un miglioramento delle prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale (che l’OMS pone al secondo posto in Europa per indici di fruizione); ma è certamente dovuto anche al fatto che una parte consistente del volontariato è stata orientata ad altre, crescenti necessità: la tossicodipendenza, l’immigrazione, l’alcolismo, ecc.
Vari indicatori consentono di affermare, ad ogni modo, che le esigenze di assistenza, il bisogno di volontariato, sono destinati ad aumentare nel futuro, anche prossimo.
La popolazione anziana è destinata ad aumentare ulteriormente; la distribuzione del reddito non sembra certo privilegiare in modo consistente le fasce più deboli della popolazione, almeno in tempi rapidi; il fabbisogno della sanità ha, anche per le due prime ragioni, o avrà uno sviluppo tendenziale superiore all’incremento del PIL, rispetto al quale due sono le ipotesi di intervento: una riduzione delle prestazioni sanitarie oppure un aumento delle imposte (o l’introduzione di ticket) da parte di quelle Regioni che non riusciranno a far quadrare i conti; non consideratemi un pessimista se vi dico che non vedo quali Regioni potranno non fare o l’una o l’altra cosa (o tutte due insieme).
In questo quadro, possiamo, anzi, dobbiamo introdurre una variabile fondamentale: l’equilibrio sociale che può essere sostenuto, in una pacifica democrazia, soltanto dal perseguimento di una sostanziale equità sociale: se si può (ma non so quanto realmente si possa) rivedere profondamente il Welfare State secondo criteri economicistici, non si può, non è accettabile rinunciare a un serio tentativo di costruire una “Welfare Community”” E se questo è l’obiettivo, e il volontariato uno degli strumenti, le imprese non possono chiamarsi fuori.
La forbice che si prospetta, e non solo in Italia, fra esigenze crescenti e diminuite risorse disponibili per la salute e il benessere dei cittadini, non può ulteriormente allargarsi; perché questo non avvenga sembra non più possibile far conto prevalentemente sulle risorse pubbliche: bisogna utilizzare altre energie, economiche e non solo tali.
Secondo dati forniti dal Centro di Formazione de Il Sole 24 Ore, e certamente non sorprendenti, l’81% degli Italiani si dichiarano molto o abbastanza favorevoli ad una responsabilità reale delle imprese rispetto ai problemi sociali. Questo significa che la stragrande maggioranza degli Italiani si aspetta (pretende) che le imprese si impegnino nel sociale.
Gli illustri oratori che mi hanno preceduto hanno fornito elementi importanti per comprendere la natura e la complessità del ruolo del volontariato in Italia e l’ottica prevalente secondo la quale viene realizzata la partecipazione delle imprese.
La collaborazione tra associazioni e imprese è emblematica di quella che si potrebbe chiamare la “svolta personalistica nella cura”, cioè la messa al centro della persona.
Nei prossimi anni sarà sempre più importante la persona del paziente, rispetto alla sua patologia.
E ciò anche nella scoperta di nuovi farmaci.
Infatti, i progressi della biologia, e in particolare della genomica e della genetica, consentiranno di passare da farmaci concepiti per classi di patologie, a farmaci concepiti per classi di pazienti. Cioè sarà possibile correlare il farmaco alla specifica variabilità genetica di ogni individuo.
Se anche i farmaci saranno progettati attorno al paziente, ancora più forti saranno le ragioni per un lavoro comune tra le imprese e quelle associazioni che già oggi pongono la figura del malato al centro della loro attività di sostegno e di cura.
La realizzazione piena della “svolta personalistica” dipenderà anzi, e in misura significativa, da quanto le energie delle imprese e quelle delle associazioni riusciranno ad integrarsi, cioè da quanto genetica e “humanitas” sapranno diventare le due facce della stessa medaglia.
A me non resta, come presidente di Farmindustria e di GlaxoSmithKline, che riaffermare il sostegno continuo e sistematico di una politica d’impresa rivolta alla costruzione di una comunità in cui la salute e il benessere dei cittadini abbiano assoluta e prioritaria centralità.
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