sabato, 18 settembre 2021
Medinews
28 Novembre 2001

PERCHE’ UNA SANITA’ UNIVERSALISTA E SOSTENIBILE HA BISOGNO DEL NONPROFIT

Professore Ordinario di Economia Politica
Università di Bologna

2. La ragione di ciò è presto detta. Come è noto, la caratteristica principale di una ONP è quella di servire la comunità in cui essa opera mediante la produzione di esternalità sociali. La salute pubblica è esempio tipico di esternalità sociale, un esempio nel quale i benefici complessivi generati dall’attività di un soggetto di offerta non sono solamente quelli attribuiti all’output ottenuto, ma anche quelli collegati al modo in cui quell’output è stato ottenuto e soprattutto al sistema motivazionale che anima coloro che promuovono quella certa attività. Ne consegue che la produzione di esternalità sociali, mentre scoraggia l’impresa for profit dall’accrescere il proprio investimento, rappresenta la missione stessa dell’impresa non profit, la ragione cioè per la quale i membri di quest’ultima si uniscono per dare vita all’attività economica.

Una conferma importante di questo ci viene dalla recente indagine empirica di B.A. Weisbrod, il quale ha mostrato come, negli USA, le case di cura per anziani e disabili gestite da ONP, trattino i loro ospiti “in modo più umano” delle analoghe forme for profit. In particolare, Weisbrod ha posto in evidenza che gli ospedali non profit una volta trasformati in strutture for profit cessano di fornire servizi quali i “community advice” e cessano di destinare risorse alla ricerca per le “malattie orfane”- attività queste che non sono certamente funzionali all’obiettivo del profitto.

3. Una volta preso atto del ruolo che le ONP possono svolgere all’interno del welfare sanitario, si tratta di sciogliere due nodi fondamentali.
Primo, come articolare il rapporto tra SSN e non profit sanitario? Vale a dire, come deve strutturarsi la divisione di ruoli e funzioni tra diversi soggetti di offerta dei servizi sanitari?
Secondo, di quali risorse hanno bisogno e quale governance devono darsi le ONP del sanitario per essere in grado di svolgere funzioni gestionali all’interno del SSN?
Una recente indagine della FIVOL, focalizzata sulle sole associazioni di volontariato (escludendo, cioè, cooperative sociali e fondazioni) ci offre alcuni spunti di riflessione per sciogliere i due nodi di cui sopra.
In Italia, 2776 sono le organizzazioni di volontariato inserite nel settore sanitario, pari a circa il 26,4% di tutte le associazioni di volontariato. Una presenza dunque di tutto rispetto, che tuttavia continua ad essere trascurata. Le attività praticate con maggiore frequenza sono: il trasporto di ammalati e il pronto soccorso (20%); l’assistenza sanitaria (17%); l’ascolto dei malati e assistenza morale (11%); assistenza legale e tutela dei diritti (3,8(%).
Il volontariato sanitario in Italia è collegato in modo stretto con gli enti pubblici. Oltre il 50% delle organizzazioni è convenzionato con le strutture del SSN. E infatti oltre il 46,5% delle entrate del volontariato sanitario proviene da fondi pubblici. La tendenza all’integrazione con il SSN si è andata intensificando nel corso degli ultimi anni, e ciò risulta tanto più vero quanto maggiore è il livello di complessità organizzativa.
Un’altra caratteristica di rilievo è che oltre l’84% dei gruppi di volontariato risulta affiliato a organizzazioni di carattere nazionale, come l’AVIS, ANPAS, Misericordie, AVULS, AVO e così via. Ciò significa che il volontariato sanitario italiano è già in grado di soddisfare la condizione per un suo organico inserimento all’interno del SSN, anche per svolgere funzioni gestionali.
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