mercoledì, 14 aprile 2021
Medinews
30 Novembre 2001

I RACCONTI PREMIATI

Non so come né quando incontrai per strada un “come se”, disinvolto e fiero, e lo raccolsi perché mi prestasse un sogno, a me devoto, in fondo, a guardar bene, se ne potevan trovar di sogni in saldo! Così adeguai le strette ali al cielo, che pur manteneva quel sospetto d’infinito, in cui m’aggrovigliavo come sul filo d’una rima, vulnerabile ed incolta, o d’una preghiera quanto mai inesperta di parole…
Insomma, con un abile gesto di pensiero, m’improvvisai una parte, una consistenza, una presenza sullo sfondo: il mondo continuava a contorcersi nella frenesia di sempre, il brusio della gente azzardava, insolente con i suoi prevedibili argomenti…
Forse la mia era solo una teatrale invenzione, per fingermi un consenso sulla scena d’un mistero o di un riscatto, che risolvesse in qualche modo quel misfatto osceno, che un giorno, m’aveva sommerso dentro il suo torbido oceano di veleno.., oh quanto era stato duro l’ago della flebo che indagava sul mio braccio, per carpire quella vena, ormai sclerotizzata e densa come il mio pensiero…

Tuttavia indossai quel vuoto di carne, in qualche modo l’assolsi allo specchio, mi dissi: ognuno indossa il suo vestito di scorie, per increduli trasformismi del momento, ognuno è giustificato dal caso: né giudizi, né benedizioni! Così declamai la mia storia, scansai quel duro sipario di tempo, lo addestrai alla mia penna, mi inventai una scenografia ariosa, fin’anche caramellata d’incenso, sceneggiando, instancabile il mio colloquio col cancro…
Il mio nome era stato, per tanto, “comedocarcinoma infiltrante”, quale appellativo era stato dato a quel subdolo germoglio, per renderlo più arrogante di quanto con me fosse stato? Tenerlo in pugno, incastonarlo entro “elastici di senso”, fu un’impresa quanto mai ardua, eppure riuscii nell’intento: nei toni che m’eran più congeniali, scongelati al momento, inseriti spavaldamente nell’unica lingua che sapevo condurre al volo, nell’unico spazio dove beccavo un pensiero leggero, un bisbiglio di aurora, un’onda minuta ed accorta, io mi saldavo a dei fogli, fissando esperta, colori in allarme di suoni, suoni in allarme di colori…
La mia identità tornava, in una veste di carta e, mano a mano che la svolgevo e sfogliavo, in colate d’inchiostro, un progetto: la vita, vinceva sul bisturi affilato d’una sentenza.
L’impianto era ben riuscito, ma non si trattava dell’impianto al silicone, mi riferisco al trapianto d’una speranza che s’era incanalata lungo la cicatrice contorta, per intrappolare un “nonostante tutto”, forse un arcobaleno, che io stessa avevo acceso al cedere del cielo! Che fosse falso o vero, sacro o blasfemo, quell’arcobaleno, non me lo chiesi mai, lo portai con me come una seconda pelle o una stola calda sulle spalle.
In un impianto, fatto su misura, ancora oggi, svolgo il mio “elastico di senso”, lo arruolo, lo firmo, lo vizio, lo muovo, lo scuoto, lo vivo…
Io vivo, io torno, ed oggi, più vera, più salda ed intera, son qui, in un teatro affollato, per dirvi: “io sono”. Sotto un braccio, ostinatamente stringo non più il mio cancro, né un seno falso, ma un’aritmia d’azzurro senso.
E per illuminare un giorno, un giorno esperto di anni e di tagioni, io ve lo lancio quell’azzurro, a me non serve più, lo posso duplicare quando voglio! (Sta tutto, raggomitolato, in un dischetto di computer, come in un nido d’uccello.)

ANTONELLA COLETTI



QUANDO L’ESTATE RITORNA

Quale “Prima e quale Dopo”? Può essere un gioco di parole: “Il Prima del dopo e il Dopo del prima”. Perché? Perché ne ho avuti due di questi “Prima e Dopo”. L’ultimo pochi mesi fa, estate 2000, il primo estate del 1989.
Quando non ci pensavo più e continuavo i miei consueti periodici controlli, mi sono sentita dire: “C’è un nodulo ‘borderline’ è opportuno toglierlo ed esaminarlo.”
Dopo 12 anni e un seno finto a sinistra, vuoi vedere che devo rifarmi anche quello di destra?
Questa volta non sono così impreparata, so a che cosa posso andare incontro, questa volta ho la consapevolezza di ciò che dovrò affrontare e anche questa volta è… estate.
In una Roma di fine agosto, mi ritrovo con uno sparuto gruppetto di signore accaldate e sudate, in un ospedale della capitale e, guarda un po’, sono diventata “l’esperta”.
Tra una rassegnata sarta romana e due ragazzine di vent’anni che mi guardano curiose, mi sembra che il tempo si sia fermato, sto vivendo una “nuova estate calda”.
Odori di disinfettante, rumori di carrelli, silenzi improvvisi: percepisco l’ansia, la paura, la tensione e i mille interrogativi che occupano le menti delle donne in attesa, come me, dell’intervento al seno.
La loro presenza mi dà forza: c’è uno spontaneo scambio di aiuto, di confidenze, di libri e di biscotti, che rendono questo soggiorno veramente straordinario. Qui il pianto si muta in un sorriso riconoscente per un po’ di compagnia o un po’ di acqua minerale; qui la voce timorosa ed esitante si trasforma in una risata per i “bucatini all’amatriciana” portati da una madre preoccupata del vitto ospedaliero!
Fa caldo. Stesa nel letto, guardo le pale del ventilatore che girano sul soffitto e sento che qualcosa sta montando dentro di me: incredulità, stupore, rabbia. Sì rabbia, tanta rabbia, contro questo vecchio nemico che si riaffaccia minaccioso a sfidarmi, a farmi tremare e a trascinarmi indietro in una dimensione ormai lasciata da tempo.
E’ stata così faticosa la risalita da quel lontano luglio dell’89, quando mi sono svegliata piena di tubi, con un seno diverso, un muscolo di meno nella schiena e tanto freddo!
E ora? Come finirà la nuova edizione di “Un posto al… primo piano di chirurgia uno”? Devo reagire: cambio il “costume di scena”, mi rifiuto di vestire “da malata” e indosso una leggera tuta blu-celeste con tracollina nera (per il telefonino) e scarpe da ginnastica. E’ un successo! Le ragazze la adottano subito, incuranti della disapprovazione della “grassona” che pretende il ripristino immediato della tenuta di “ordinanza” camicia da notte, vestaglia e pantofole!
Le ore di attesa scorrono lente e finalmente sono in sala operatoria… Sento un ago che penetra nella mia mano, accidenti, mi fa male. Qualcosa di luminoso comincia a girare sul mio capo mentre con gli occhi stretti stretti inizio a contare 1, 7, 8… 14… “Cosa resterà di questi anni ‘80?” 18… 20… “Cosa resteràaaaa”…
La canzone di Raf irrompe improvvisa, si allontana e si avvicina nostalgica, mentre uno strano calore mi avvolge…
«Pensa davvero, dottore, che dopo 8 anni trascorsi come li ho passati io, si rimanga indenni?»
«Cosa dice dottore?… psicosomatica, ah sì… “L’ipotesi psicosomatica del cancro” quando l’ho letto?… In quell’altra estate, l’estate dell’82, quella dei mondiali di calcio, quella in cui abbiamo vinto, ma per me solo e sempre l’estate di Anna.»
Anna, amica del cuore, Anna delle risate, delle uscite “da sole”, delle feste alle quattro del pomeriggio e del rossetto messo nel portone. Anna, viso affilato e occhi immensi, Anna, notti insonni e sdraio scomoda accanto al letto. Te ne andasti all’alba di un mattino d’agosto mentre io, sola accanto a te, tremavo nonostante il caldo soffocante di quella stanza! Non avevo mai visto nessuno morire, provavo paura e dolore, rabbia e disperazione. Fu solo un respiro più forte… poi, un paravento: il mio primo incontro con il tumore al seno.
Qualcosa si ruppe anche nella mia vita, in quell’estate dell’82…
“Cosa resterà di questi anni 80. Cosa resteràaaaa.”
«Chi è quella donna giovane accanto a mio marito?… »
Separazione, divorzio, infelicità tutto torna a galla e ruota nella mia testa.
No, non fu la malattia, ma il silenzio pesante della casa vuota e le domande senza risposte, che mi schiacciarono.

“Cosa resterà…, la voce già mi mancaa”, il ritornello torna, ossessivo, e implacabile e porta con sé come in una giostra, le flebo, il cappello di ghiaccio, la parrucca nell’armadio e i disegni macchiati di lacrime di una ragazzina che mi guarda spaurita e mi tiene per mano in quella estate dell’89! La chemio mi fa paura. “Pensate ad una pioggia d’oro che entra benefica nel vostro corpo e vi guarisce.” Chi lo diceva? Un dolce chirurgo americano che si era rasato i capelli per essere vicino ai suoi pazienti.
“Cosa resterà di noi, di questi anni ‘80, cosa resteràaa?…” Basta, vuoi proprio saperlo, Raf?
Per me: una lunga ferita nel corpo e una grande cicatrice nell’anima!
«No, no, non ci si può arrendere, bisogna combattere, come me lo sono fatto venire, così posso respingerlo, posso respingerlo!»
Ed io ho lottato con tutte le mie forze, io sono guarita.
Più di prima ho lavorato, studiato, viaggiato, amato, avuto e perduto, come tutti, normalmente, come tutti. Non mi sono sentita diversa, nel “Dopo”.
Se non fosse per questo seno sinistro “come nuovo”, per le cicatrici che mi avvertono quando cambia il tempo e per quei benedetti controlli annuali, posso dire di essermi dimenticata di quel periodo, di averlo vissuto come una importante esperienza della vita.
Ed ora?
“Quando siete tristi vi accorgerete di piangere per quello che ieri fu il vostro diletto; quando siete felici saprete che ieri avete sofferto per quello che oggi vi rende contenti.”
Le parole di Gibran risuonano leggere nella mia testa.
Sono sveglia.
“Il Profeta” fedele compagno dei mesi di chemioterapia, non mi lascia, è qui sul mio comodino: mi accompagna con la sua saggezza, mi infonde fiducia e speranza, mi ricorda ciò che ho affrontato e vinto. Una mia nota del 1993 sul suo frontespizio dice: “Oggi sono una donna serena e lo devo anche a questo libro!”
La forza è dentro di noi, dobbiamo solo farla uscire e riprenderci la vita.
L’ho fatto una volta, posso farlo ancora.

CARLA TOSSICI



UN MONDO PELATO

Cercai l’indirizzo sulle pagine gialle alla voce “Parrucche e toupets”.
Trovai, a pochi chilometri da dove abitavo, una “Casa della Parrucca” che sembrava fare al caso mio: l’inserto pubblicitario parlava di “vasto assortimento, massima riservatezza e cortesia, parrucche leggere, naturali, ecologiche” e, persino, “speciali per chemioterapia”.
Telefonai e chiesi con un po’ di imbarazzo se avevano qualcosa di adatto ad una donna giovane: «Qualcosa di scuro… di media lunghezza… né liscio ne riccio…»
Dall’altra parte mi risposero che, sì, avevano senz’altro qualcosa che poteva fare al caso mio e mi fornirono una serie di informazioni sulle differenze fra le parrucche di capelli veri e quelle di capelli sintetici.
Ringraziai, dissi che sarei andata da loro nel pomeriggio, e posai il ricevitore.
I miei capelli, castani e leggermente mossi, erano lunghi fino alle spalle: avrei dovuto cercare qualcosa di somigliante nella lunghezza, nel taglio, nel colore.
«Vedrai» mi rassicurò mio marito «i bambini non ci faranno troppo caso.»
Andammo quel pomeriggio stesso. Il negozio era vuoto. Ci accolse una donna giovane e gentile che capì immediatamente la situazione.
Provai e riprovai parrucche di lunghezza e colore diversi fino a quando mi decisi per un caschetto castano scuro, con una frangia che nascondeva l’attaccatura sulla fronte e ciocche regolari che scendevano fin sotto le orecchie.
«Le sta bene» mi disse la commessa. «È adatta al suo viso. Consideri che ora c’è il volume dei suoi capelli a tenerla così alta, ma una volta caduti quelli… »
Seduta di fronte allo specchio, in un angolo del negozio nascosto alla vista di chi passava e di chi entrava, mi guardai senza piacermi, osservandomi di fronte e di profilo. La parrucca era un po’ troppo liscia, un po’ troppo folta, un po’ troppo scura, ma non avevo tempo per cercarne un altra: l’indomani avrei cominciato le cure.
La tolsi e la posai sulla mensola che avevo di fronte. Senza alcun sostegno a sorreggerla si afflosciò, gonfia e morbida, simile ad un nido di uccelli. Orribile.
Rimpiansi di non avere il coraggio di portare in giro la mia testa nuda sfidando gli sguardi degli altri e la loro attenzione indiscreta. Se l’avessi fatto avrei gridato al mondo che ero malata; la parrucca avrebbe soffocato quel grido.
Arrivai a casa con quel pacchetto sottobraccio e i miei bambini mi corsero incontro incuriositi.
«Cos’è mamma?»
« Una parrucca» risposi.
«Per chi?»
«Per me.»
Vollero vederla e mi chiesero se potevano provarla.
Acconsentii ma dettai, ridendo, una condizione: «Io vi faccio provare la mia se voi mi fate provare la vostra.»
Eccitati all’idea di quel gioco, corsero nella loro stanza a cercare nell’armadio la parrucca azzurra da pagliaccio che tiravano fuori ogni anno a carnevale.
«Tieni mamma, mettitela.» La misi e diedi loro la mia.
La indossarono di sghimbescio, prima una poi l’altro, e corsero a turno a guardarsi nello specchio del bagno.
Più tardi, mi chiesero perché l’avessi comprata.
«Perché » risposi «devo prendere delle medicine che mi faranno cadere tutti i capelli. Per questo l’ho comprata.»
La risposta gli bastò.
I capelli iniziarono a cadere pochi giorni dopo: ne trovai a centinaia sparsi sul cuscino, sui vestiti, sul pavimento. Alla minima trazione, intere ciocche si staccavano dalla testa. Con un rasoio affilato misi rapidamente fine a quel supplizio.
Le cure si susseguirono a cicli quindicinali per tre mesi e convivere con quell’affanno non fu facile. C’erano i bambini. Risolutamente, decisi che non avrei permesso alla malattia di trasformarmi, nemmeno per un giorno, in una madre triste, sconfitta, ripiegata su se stessa. Dovevo salvaguardarli.
Loro, riparati dall’incoscienza dell’infanzia, parevano non accorgersi di nulla. Troppo piccoli per capire, intuivano che c’era qualcosa che non andava ma non riuscivano a metterlo completamente a fuoco.
Solo, il piccolo, che allora frequentava l’ultimo anno della scuola materna, prese a disegnare persone completamente calve: accanto a case, alberi, fiori e animali, scarabocchiava figure umane senza un solo pelo in capo.
Non disegnò mai me senza e gli altri con i capelli ma fece un’operazione esattamente contraria: la mamma era pelata, tutto il mondo era pelato, compreso se stesso.
Sei mesi dopo, terminate le cure, i miei capelli cominciarono a ricrescere e, di pari passo, presero a ricrescere anche quelli della mamma nei suoi disegni: le spuntò dapprima una zazzeretta incerta e poi, via via, una capigliatura sempre più folta.
In breve, riacquistarono il crine perso anche tutti gli altri.
Faticai a rinunciare alla parrucca quando vidi la mia testa fittamente coperta da sottili capelli scuri.
« Che ne dici» chiedevo a mio marito «se la porto ancora per un po’? Potrò toglierla più avanti, quando i capelli saranno un po’ più lunghi…»
Ma eravamo ad aprile, vicini ad una Pasqua che mai come quell’anno mi sembrò una Pasqua di Resurrezione, e l’aria si era fatta tiepida.
Uscii con una testina cortissima, il viso truccato, ciglia e sopracciglia ricresciute. Mi piacqui talmente con quei capelli così corti che adottai quel taglio per un po’: era di una praticità e di una spensieratezza assoluta.
Buttai la parrucca, pensando che non ne avrei più avuto bisogno, ma mi sbagliai.
Tre anni dopo ebbi una ricaduta che mi costrinse a cure più potenti e debilitanti delle precedenti, cure a cui dovetti sottopormi in un grande ospedale del nord.
Vegliata da mia madre, restai lontana da casa per settimane. Sentivo i bambini solo al telefono. Era Natale.
« Fa freddo mamma li da te?»
« Abbastanza.»
« Quando torni?»
« Presto, torno presto. »
« Quando presto?»
« Quando lo dice il dottore.»
Tornai per l’Epifania, talmente indebolita da riuscire a malapena a camminare. I capelli erano nuovamente caduti. Quando fui in grado di uscire, andai a comprare un’altra parrucca nello stesso negozio dove ero stata tre anni prima. Ne presi una più corta della precedente, un po’ più chiara, sfilata sulla fronte e ai lati del viso.
Quando la tolsi fui tentata di buttare anche quella ma, all’ultimo momento, cambiai idea e la chiusi in una scatola che finì in fondo all’armadio.
Da allora, sono passati altri tre anni e la mia vita ha preso l’andamento tranquillo che ho voluto imporle, mentre la malattia, finalmente regredita, sonnecchia.
« Sssh!» dico ai miei bambini. «Facciamo silenzio. Lasciamola dormire.»
E, mentre lei dorme, io veglio.

MARINA BELTRAME
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