Medinews
11 Dicembre 2001

TUMORE AL SENO: LA TERAPIA ORMONALE ALLUNGA LA VITA

Studio con inibitore dell’aromatasi presentato oggi alla Breast Cancer Conference di San Antonio

In base ai dati dei registri tumori, aggiornati all’aprile del 2000, ogni anno il cancro del seno colpisce in Italia 28.117 donne e causa 11.000 decessi. Nel nostro Paese questa neoplasia è la prima causa di morte nella fascia d’età tra i 35 e i 44 anni e in molte zone rappresenta un quarto circa di tutti i tumori di cui soffrono le donne. Oggi, grazie ai progressi della scienza medica, la sopravvivenza a cinque anni ha raggiunto l’81%, con un guadagno del 3% rispetto a quello registrato nel periodo 1986-89. “Ma il dato più interessante – sostiene il prof. Pier Franco Conte, primario di Oncologia Medica all’Ospedale S. Chiara di Pisa – è che l’introduzione di nuove terapie ha portato finalmente un calo della mortalità anche nelle donne giovani, per le quali lo screening e la diagnosi precoce è meno efficace che nelle donne in post-menopausa. In Italia, negli ultimi 5 anni, i decessi per cancro della mammella nelle donne al di sotto dei 49 anni sono diminuiti addirittura dell’11,2%: un risultato credo mai raggiunto nella storia della medicina in un periodo così breve e per una malattia potenzialmente letale”.
Percentuali dunque rilevanti, inimmaginabili solo 10 anni fa, ma che lo studio presentato in Texas promette di incrementare ulteriormente.
Allo studio hanno partecipato 907 donne: 453 sono state trattate con letrozolo, mentre 454 hanno seguito la terapia standard, che prevede l’assunzione di tamoxifene. Già dopo 6 mesi di trattamento letrozolo ha evidenziato un vantaggio statisticamente rilevante sulla sopravvivenza rispetto al farmaco di controllo e tale vantaggio si è mantenuto nel tempo (ad ogni valutazione effettuata ogni 6 mesi: 12, 18 e 24 mesi). Dopo 5 anni, la proporzione di pazienti ancora in trattamento con la terapia iniziale e senza evidenza di progressione di malattia è risultata quasi doppia per letrozolo rispetto a tamoxifene (11% contro il 6%). Come significativa è anche la percentuale di risposte obiettive (32% contro 21% del tamoxifene), indipendentemente dal sito principale delle metastasi, dalla precedente somministrazione di terapia anti-estrogenica adiuvante e dallo stato recettoriale.
“Se si analizzano nel dettaglio i dati di sopravvivenza – spiega il prof. Dino Amadori, direttore scientifico dell’Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori – risulta che la percentuale di pazienti ancora in vita dopo 1 e 2 anni di trattamento iniziale con letrozolo, è risultata superiore rispetto a quella delle pazienti trattate con tamoxifene (p< 0.02). Il che vuol dire che letrozolo induce un beneficio in termini di sopravvivenza. Tuttavia, poiché la maggior parte delle pazienti al momento della progressione (dopo la terapia di 1^ linea), come previsto dallo studio e a discrezione del medico, poteva andare incontro al cross-over e quindi cambiare farmaco (chi assumeva tamoxifene passare al letrozolo e viceversa), le due curve arrivano a congiungersi. Le donne che iniziano ad assumere letrozolo, e che prima assumevano tamoxifene, aumentano la sopravvivenza proprio grazie all’inibitore dell’aromatasi, mentre quelle che passano a tamoxifene, dal letrozolo, mantengono la loro precedente curva di sopravvivenza e non hanno alcun beneficio ulteriore. Una volta di più questo dimostra che è il letrozolo a fare la differenza”.
Ma i benefici riscontrati dai ricercatori riguardano anche la qualità della vita. Con il progredire della malattia diminuisce infatti la capacità di eseguire le normali attività della vita quotidiana. Questo livello di “autosufficienza funzionale” viene valutato tramite il Karnofsky Performance Score (KPS), basato su una scala di 100 punti e dove un cambiamento di 20 punti o più è considerato clinicamente rilevante. Dall’analisi dei risultati presentati alla San Antonio Breast Cancer Conference è risultato evidente che le donne trattate con letrozolo, dopo 4.6 anni avevano mantenuto il livello di autonomia funzionale che avevano all’ingresso nello studio (caduta <20 punti) rispetto a quelle trattate con tamoxifene nelle quali dopo 3.5 anni si assisteva ad una caduta del KPS > 20 punti.
“I risultati di questo studio sono quindi estremamente importanti – conclude Conte – non solo per il guadagno di sopravvivenza, che rimane comunque l’obiettivo più importante per una malattia potenzialmente letale, ma perchè poter svolgere autonomamente le attività quotidiane più a lungo nel tempo impatta sulla qualità della vita e rappresenta quindi un importante parametro di cui tenere conto nella valutazione della terapia”.
Per quanto riguarda, infine, gli effetti collaterali, entrambi i farmaci sono risultati ben tollerati. Gli effetti collaterali più frequenti, evidenziati comunque in meno del 3% delle donne, sono stati: vampate, nausea e indebolimento dei capelli. Inoltre nel gruppo trattato con letrozolo sono stati segnalati 3 eventi tromboembolici seri pari a meno dell’1%, mentre nel gruppo tamoxifene 9 casi, pari a circa il 2%.
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