lunedì, 4 maggio 2026
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29 Ottobre 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. MARCO COMASCHI

Inoltre la prognosi delle malattie cardiovascolari nel paziente diabetico è notevolmente peggiore sia per quanto riguarda la mortalità immediata, sia per quella a distanza di tempo. Va anche menzionato che mentre negli ultimi 20 anni nei soggetti non diabetici si è registrato un calo della mortalità cardiovascolare del 40 per cento circa, tra la popolazione diabetica maschile c’è stata una riduzione del solo 16 per cento e un aumento in quella femminile pari al 10 per cento.
Ma consideriamo ora quali sono i motivi per una concomitanza così elevata di malattie cardiovascolari nei pazienti diabetici. Questi soggetti hanno molto spesso una serie di altri disturbi conglobati sotto il nome di sindrome plurimetabolica – la cui base fisiopatologica è caratterizzata dalla resistenza periferica all’azione insulinica – quali obesità/sovrappeso, dislipidemie, ipertensione, iperuricemia. L’iperglicemia è solo uno dei tanti fattori di rischio.
Lo studio UKPDS (United Kingsdom Prospective Diabetes Study) ha dimostrato chiaramente che curare solo il diabete non è sufficiente, se non vengono curati anche gli altri fattori di rischio per malattie cardiovascolari.
Il Verona Diabetes Study ha evidenziato che tra i diabetici di tipo 2:
· 80% presenta obesità/soprappeso
· 60% presenta ipertensione (e se si considerano i nuovi criteri diagnostici per l’ipertensione la percentuale supera il 90%)
· 60% presenta un quadro dislipidemico
· 40 % presenta uricemia
Dal campione esaminato il quadro clinico ha dimostrato:
· 20% una sola affezione metabolica
· 40% due affezioni
· 30% tre affezioni
· 5% tutte le affezioni
· solo il restante 5% nessuna alterazione, eccetto il diabete.
Un altro studio, il DECODE (Diabetes Epidemiology Collaborative analysis of Diagnostic criteria in Europe) ha posto recentemente in risalto che la glicemia postprandiale è un fattore di rischio più importante del colesterolo.
Oggi sappiamo che il rischio di malattie cardiovascolari è fortemente aumentato non solo nei pazienti con diabete diagnosticato, ma anche fra quelli con una ridotta tolleranza al glucosio (IGT) e fra quelli con alterata glicemia a digiuno (IFG). Per questa ragione si rivela sempre più importante una diagnosi precoce di queste due alterazioni metaboliche. Fino ad ora nella stragrande maggioranza dei casi il riscontro delle alterazioni glicemiche è avvenuto casualmente.
Come Associazione Medici Diabetologi (AMD), di comune accordo con la Società Italiana dei Medici di Medicina Generale (SIMMG) abbiamo deciso di varare uno studio longitudinale nel 2002 che prenderà in considerazione 30.000 pazienti a rischio di dismetabolismo glucidico e presumiamo trovare 6-10.000 pazienti con elevati livelli glicemici. Questi soggetti verranno convinti prima di tutto a modificare il loro stile di vita e poi, suddivisi in gruppi, trattati con terapie diverse per vedere con quali si otterranno i risultati migliori, soprattutto nell’evitare le complicanze tardive.
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