mercoledì, 25 novembre 2020
Medinews
13 Giugno 2001

CONTINUITÀ ASSISTENZIALE E FORMAZIONE DEGLI OPERATORI

La medicina è stata per molti secoli incentrata sul rapporto fiduciario singolo medico-singolo paziente; in questa dinamica si concentravano tutte le possibilità di cura (peraltro spesso limitate), fondate soprattutto sul supporto psicologico: il paziente era ben lieto di eseguire gli ordini (o i consigli) del medico, senza porsi il problema della propria libertà, all’interno di un sistema organizzato a bassa tecnologia e a bassa complessità. Oggi il rapporto medico-paziente è un rapporto paritario (se non volto ad esaltare la centralità del paziente), dominato dalle dinamiche del consenso informato, nel quale il medico esercita il ruolo di consigliere del suo ammalato che deve percorrere autonomamente strade difficili e complesse in sistemi ad alta tecnologia e a bassissimo livello di comprensibilità.
Di fronte a questo scenario nuovo si pongono nuove sfide per la formazione del medico che deve essere in grado di gestire la complessità. La facoltà di medicina ha iniziato un itinerario difficile in questi ultimi anni per adeguare la struttura del proprio insegnamento alle mutate condizioni del bisogno. Anche se con ritardo, le Facoltà hanno proposto profonde modifiche ai loro programmi formativi indirizzandosi a preparare un medico capace di assumersi anche un ruolo di indirizzo nel contesto sanitario. Infatti, i nuovi piani di studio danno risalto ai problemi della medicina basata sull’evidenza, alla prevenzione ed alle patologie della cronicità; in essi trovano un appropriato inserimento i problemi dell’umanizzazione del rapporto medico-paziente e dell’insegnamento delle Scienze mediche. Ciò che è più rilevante non è la specificità di alcuni insegnamenti riguardanti gli aspetti psicosociali (che pure sono importanti), ma l’insieme del sapere volto alla formazione di un medico della persona, dotato di nozioni specifiche, ma soprattutto di una cultura della complessità e della continuità. L’accorpamento di molti insegnamenti è mirato a fornire allo studente la capacità di guardare alla malattia in termini non parcellari, ma complessivi e longitudinali. La segmentazione tra diagnosi, terapia e prognosi viene largamente superata nelle metodologie di insegnamento, perchè lo studente deve apprendere che l’atto medico è assolutamente unitario, e che nelle malattie di lunga durata la diagnosi è un’operazione che viene ripetuta molte volte (staging della malattia), la cura è un intervento che assume contenuti sempre diversi, così come la prognosi non è un atto statico, ma il primo momento di un processo di “care” spesso senza fine.
Nel complesso della riforma degli studi universitari assume importanza anche l’insieme delle lauree triennali, che mirano a formare una classe di professionisti che, insieme al medico, partecipa con competenze specifiche al lavoro di équipe. Una scommessa importante per il futuro di questo nuovo settore di insegnamento è costituito dalla possibilità di trasmettere i contenuti tecnici specifici assieme ad un metodo ed a una visione complessiva dello scenario professionale. La qualifica di laurea universitaria dovrebbe rappresentare una garanzia in questo senso.
Per svolgere una funzione didattica così complessa l’Università deve conservare nel tempo la capacità di una offerta formativa sempre originale; ciò impone una forte vicinanza con la ricerca, perché questa esercita un’influenza innovativa e stimola ad identificare metodi e contenuti sempre più adeguati rispetto alle richieste della società ed al bisogno individuale. L’esempio della continuità assistenziale è paradigmatico: nessun contenuto formativo può essere veramente incisivo se disgiunto dalla ricerca che porta a definire gli stessi contenuti formativi.
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