domenica, 29 novembre 2020
Medinews
18 Dicembre 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. SERGIO ORTOLANI

Ancora in tema di diagnosi, si assiste periodicamente alla preoccupazione per un suo possibile uso inappropriato, cioè per la quantità della spesa che genera, ma non si è mai ascoltata una parola sulla necessità di migliorare la qualità di questa spesa, in un quadro in cui spesso gli ospedali acquistano le attrezzature usando il parametro costo come unica guida, ed in cui manca qualunque tipo di controllo di qualità degli strumenti e di certificazione dei centri di densitometria ossea, rendendo assai difficile la raccolta di dati omogenei e comparabili.
Per quanto riguarda la terapia, attualmente la nota CUF 79 concede la terapia in fascia A solo a chi ha già subito una frattura femorale o vertebrale. Noi rifiutiamo questo criterio, definito di prevenzione secondaria, perché esistono i mezzi diagnostici che consentono di riconoscere l’alto rischio di fratture anche prima che queste si verifichino. In questo modo si potrebbe prevenire un numero molto più alto di fratture, di ospedalizzazioni e di interventi, riducendo con costi accettabili la sofferenza e l’invalidità di migliaia di persone. Ed anche per la terapia è necessario intervenire sulla qualità della spesa. E’ necessario investire risorse anche nell’informazione dei pazienti e delle persone a rischio, che spesso sottovalutano la gravità del problema, rinunciando in partenza agli esami diagnostici o interrompendo la terapia dopo pochi mesi. Come in ogni malattia cronica, la adesione e la persistenza in terapia sono elementi fondamentali per il successo di ogni strategia sanitaria e non sprecare inutilmente le risorse investite.
L’azione del Ministero, quindi, deve garantire tre aspetti: l’accesso alla diagnosi delle persone con indicazione clinica, l’erogazione delle terapie in fascia A non solo per le persone che già portano i segni indelebili della malattia ma anche per coloro che vivono una accertata condizione di alto rischio, l’informazione realizzata a vari livelli, dalla sensibilizzazione alla prevenzione della malattia alla corretta e completa informazione di chi è già malato. Solo con queste principi può essere affrontata in modo adeguato questa emergenza sanitaria che interessa almeno il 25% delle donne oltre i 50 anni e moltissime altre persone, uomini e donne, poste in condizione di rischio da altre patologie o dall’uso di farmaci che causano osteoporosi.
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