sabato, 5 dicembre 2020
Medinews
8 Maggio 2001

L’INFARTO DEL MIOCARDIO

Il trombo si scioglie spontaneamente nei giorni successivi all’infarto e la dissoluzione è facilitata dall’assunzione di farmaci trombolitici. Dal terzo giorno successivo all’infarto comincia il processo di rimozione del tessuto necrotico che si protrae per circa due settimane sino a sostituire la zona infartuata con un tessuto cicatriziale che dura fra le due e le otto settimane.
L’ubicazione e l’entità dell’infarto dipendono dall’arteria occlusa e dalla presenza o meno di un apporto di sangue collaterale: se l’area rifornita dall’arteria in questione fruisce di un apporto adeguato di sangue proveniente da arterie adiacenti, l’occlusione della coronaria può anche non indurre infarto miocardico. L’espansione dell’infarto che segue nei giorni successivi all’attacco, con l’assottigliamento del tessuto muscolare, ha un effetto avverso sulla configurazione e sulla contrattilità del ventricolo sinistro, ed è una componente di rilievo per una successiva insufficienza cardiaca (complicanza).

Terapie d’urgenza
Da circa trent’anni anche in Italia si registra il costante calo della mortalità da infarto miocardico acuto (dal 1970 ad oggi del 45% negli uomini, 55% nelle donne). Il risultato si deve all’attività delle UTIC ossia delle Unità di Terapia Intensiva Coronaria – introdotte a partire dagli anni ‘70 per trattare le principali complicanze con pacemakers e defibrillatori elettrici – e all’impiego di farmaci ‘salvacuore’ come beta-bloccanti, ACE-inibitori ossia inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (l’impiego in terapia d’urgenza è controverso), trombolitici, trinitroglicerina e aspirina. Quest’ultima è capace di ridurre di circa il 20% il tasso di mortalità, sommando il suo effetto a quello degli altri farmaci. Il problema maggiore della terapia trombolitica (che è la terapia di elezione, se effettuata al più presto entro 6, al massimo 12 ore) è il rischio di emorragia, soprattutto cerebrale, che può essere fatale. Altra molecola per l’urgenza infartuale è la morfina, somministrata per alleviare il dolore del paziente.
Il trattamento non farmacologico dell’infarto miocardico acuto prevede il ricovero in terapia intensiva per far fronte al possibile sopraggiungere delle complicanze e al progressivo deterioramento della funzione cardiaca (insufficienza cardiaca) che può sfociare in un processo di aggravamento clinico dall’esito fatale: aritmie, shock cardiogeno, rottura del cuore e infine morte.

Terapie di mantenimento
La terapia di mantenimento post-ricovero serve ad abbassare la pressione arteriosa, rafforzare il battito cardiaco, prevenire la formazione di trombi e ridurre il livello di colesterolo nel sangue. I farmaci disponibili sono gli stessi della terapia d’urgenza: beta-bloccanti, che riducono la mortalità del 25% e sono i più vantaggiosi nei casi maggiormente a rischio; ACE-inibitori, aspirina e statine che riducono la mortalità a lungo termine. In aggiunta, la CUF del Ministero della Sanità ha appena approvato l’indicazione in prevenzione secondaria cardiovascolare di un farmaco a base di acidi grassi poliinsaturi Omega 3. La decisione della nostra Commissione sul Farmaco si basa sui risultati dello studio GISSI Prevenzione che hanno dimostrato come gli acidi grassi poliinsaturi Omega 3, alla posologia di un grammo al giorno di una formulazione contenente non meno di 850 mg degli acidi eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA), pur non abbassando il numero dei reinfarti, sono in grado di diminuire la gravità dell’infarto: la mortalità assoluta è diminuita del 20% e quella per morte improvvisa del 45%. Il farmaco a base di acidi grassi poliinsaturi Omega 3 dimostra molti effetti cardiovascolari potenzialmente utili, ma la riduzione della mortalità sembra principalmente attribuibile al suo effetto antiaritmico.
In base ai risultati dello stesso studio italiano, un farmaco simile è stato approvato per il trattamento nel post-infarto in Francia, Germania, Austria, Grecia e Regno Unito.
TORNA INDIETRO