giovedì, 3 dicembre 2020
Medinews
31 Ottobre 2001

FATTORI DI RISCHIO

La presenza di numerose macchie solari comporta invece aumenti di circa due volte del rischio di melanoma superficiale e nodulare e di cinque volte per la lentigo maligna. Tale aumento di rischio sembra largamente indipendente da pigmentazione e numero di nei. L’associazione diretta tra densità di macchie solari e melanoma tende ad essere più forte nei giovani che negli anziani.

Nei A parte l’età e la razza, il numero di nei è il più importante fattore di rischio conosciuto per l’insorgenza del melanoma cutaneo. Numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato un rapido aumento del rischio di melanoma cutaneo con il crescere del numero di nei. In un recente studio condotto su oltre 700 pazienti con melanoma e 1.000 individui sani (13) il rischio di melanoma cutaneo è apparso fortemente legato al numero sia di nei piccoli (<5 mm) che di nei superiori a 5 mm ma non displastici e non a quello di nei congeniti. La presenza di un neo clinicamente atipico comporta un rischio relativo di oltre il doppio, mentre 10 o più di essi sembrano conferire un rischio 12 volte più elevato, dopo aggiustamento per caratteristiche fenotipiche e presenza di macchie solari e nei non displastici.

Esogeni
Esposizione al sole L’esposizione al sole è considerata la principale causa del melanoma cutaneo. Ne sono prova la distribuzione del melanoma a livello mondiale, gli andamenti globali e per sede anatomica nel tempo nonché la recente dimostrazione, in melanomi, di lesioni del DNA specificamente indotte da radiazioni ultraviolette. Tuttavia, la relazione tra sole e melanoma è assai complessa. Gli studi epidemiologici sull’argomento soffrono, inoltre, della difficoltà di valutare il tipo e la quantità di esposizione al sole nell’arco dell’intera vita e di distinguere l’effetto del sole per se da quello della reazione di ciascun individuo al sole (es. fototipo e tendenza a sviluppare nevi).
Anche per la relazione tra esposizione al sole e melanoma è stata recentemente condotta un’analisi globale dei risultati ottenuti in 29 studi caso-controllo, per un totale di quasi 7.000 casi di melanoma. Globalmente è stata evidenziata un’associazione positiva con l’esposizione intermittente al sole (con un aumento del 70% per la categoria massima di esposizione ricreazionale) e un’associazione negativa con l’esposizione al sole di tipo occupazionale. I rischi relativi derivanti da un’anamnesi positiva per ustioni solari sono significativi sia per quelle verificatesi nell’infanzia, che nell’adolescenza o a qualsiasi età.
Dunque, la maggioranza dei dati finora raccolti sull’argomento indica che il melanoma è specificatamente correlato con un’esposizione al sole intermittente, di cui le ustioni solari rappresentano plausibilmente un buon indicatore. Diversi dati suggeriscono che il sole è importante per l’induzione e, forse, per la trasformazione dei nevi.

Fotoprotezione È dimostrato che l’esposizione alla radiazione UV solare può provocare danni alla pelle (fotoinvecchiamento e tumori cutanei) e agli occhi (fotocheratocongiuntiviti, cataratta, ecc.). Per contro, essa produce almeno un beneficio: la produzione endogena di vitamina D3. La radiazione UV presente al suolo è composta per circa il 95% di UV-A e per il 5% circa di UV-B. L’intensità della radiazione UV varia con la stagione, la latitudine, l’altitudine e l’ora del giorno. Alle nostre latitudini, il 60% circa delle radiazioni UV è presente nelle quattro ore centrali rispetto a mezzogiorno (o 13 con l’ora legale). Esistono due componenti della radiazione UV, una diretta e l’altra diffusa responsabile, ad esempio, dell’abbronzatura sotto l’ombrellone. Foschia e nubi diminuiscono la radiazione infrarossa visibile, ma non la radiazione UV, che è “fredda”.
Delle tre regioni spettrali della radiazione UV (A, B, e C), la radiazione UV-A è 100-1.000 volte meno efficace di quella UV-B ad indurre effetti a breve termine (es. eritema). Viceversa, quella UV-A risulta, per la sua maggior penetrazione, più attiva di quella UV-B nell’indurre il fotoinvecchiamento della pelle. Anche la radiazione UV-A (es. lettini e lampade abbronzanti), con o senza fotosensibilizzanti (es. psoraleni), è associata ad un aumento del rischio di melanoma. L’esposizione, o dose radiante, accumulata da un individuo nella vita dipende in larga misura dalla durata dell’esposizione al sole, dal periodo prescelto per esporsi, e dall’uso di indumenti coprenti e creme solari. L’influenza delle creme solari con filtri anti-UV-B e anti UV-A sulla probabilità di sviluppare un melanoma non è ancora ben definita. Mentre soprattutto le creme ad alto fattore di protezione diminuiscono il rischio di cheratosi solari, sette studi caso-controllo sull’argomento, per un totale di più di 2.500 casi e quasi 4.000 controlli, suggeriscono globalmente un’assenza di relazione tra uso di creme solari e rischio di melanoma. Esistono, però, grandi variazioni da studio a studio. Uno studio prospettico europeo su 631 bambini tra 6 e 7 anni d’età suggerisce che indossare indumenti coprenti è efficace a diminuire lo sviluppo di nevi del tronco, mentre l’uso di creme solari di qualunque fattore di protezione è associato ad un maggior numero di nevi. Poiché un alto numero di nevi è un forte predittore del rischio di melanoma, se ne deduce che i filtri solari possono esercitare un effetto sfavorevole sull’insorgenza di tale neoplasia, facilitando l’esposizione intermittente al sole in persone di pelle chiara senza il rischio di ustioni solari. In conclusione, nonostante resti molto difficile distinguere l’importanza dell’uso di filtri solari da quello di altri fattori predisponenti al melanoma (es. fototipo, esposizioni solari intense, ecc.), non esiste, in questo momento, alcuna certezza che le creme solari possano costituire precauzioni di efficacia confrontabile con quella delle precauzioni tradizionali (cioè, evitare il sole nelle ore centrali della giornata e indossare cappelli ed indumenti protettivi). Pertanto, l’uso delle creme antisolari deve far parte di una strategia complessiva che tenga conto dell’uso di indumenti adeguati e dell’importanza di evitare esposizioni nelle ore centrali della giornata, soprattutto per le categorie a rischio. Infine, l’assottigliamento dello strato di ozono stratosferico ha suscitato di recente notevole attenzione per le possibili conseguenze di questo fenomeno sul rischio di tumori cutanei. Nonostante il problema sia rilevante per il suo impatto sul clima e su vari ecosistemi, la modesta riduzione dello strato di ozono, registrata in limitati periodi dell’anno alle nostre latitudini, è trascurabile nei confronti del rischio di melanoma. L’eccessiva sottolineatura degli effetti sanitari associati alle variazioni dell’ozono rispetto al melanoma costituisce, attualmente, un potenziale elemento di confusione e, perciò, poco utile dal punto di vista preventivo (es. nei centri urbani concentrazioni di ozono nell’aria superiori ai limiti stabiliti causano allarme).
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