venerdì, 19 agosto 2022
Medinews
1 Marzo 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL DOTT. AUGUSTO ZANINELLI

Sia per l’artrosi che per altre patologie croniche, dunque, il confronto con questi pazienti è indubbiamente costante e il rapporto medico-paziente riveste un’importanza ancor più determinante rispetto alla media generale degli assistiti, da un lato per gli aspetti clinici propriamente detti e dall’altro per le implicazioni di tipo psicologico e sociale.
Per quanto riguarda la clinica, una conoscenza dettagliata sulle caratteristiche del paziente è di notevole aiuto nello sviluppo del procedimento diagnostico. Basti pensare, infatti, quanto sia utile conoscere l’anamnesi, sia personale, che patologica, famigliare, lavorativa e come queste informazioni permettano di orientarsi anche nel definire una strategia terapeutica.
Ma il vero valore aggiunto del particolare rapporto medico di famiglia – paziente sta proprio negli aspetti di tipo psicologico e comportamentale che si vengono a creare tra il professionista e chi presenta un problema come quello del dolore e della riduzione funzionale correlato con l’artrosi. Questa problematica porta il paziente ad accedere allo studio medico 4 – 5 volte più frequentemente rispetto alla media.
Stiamo assistendo ad un inesorabile passaggio dal bisogno di salute al bisogno di benessere. Il paziente non accetta più di sentirsi dire che la sua artrosi è legata all’età e che non vi sono rimedi. Rinnova quindi le visite dal medico, nella convinzione che prima o poi si possa innescare un meccanismo in grado di migliorare la sua qualità di vita.
Sino a qualche tempo fa, d’altra parte, il medico non poteva fare altro che sfruttare il tipo di rapporto privilegiato per prescrivere farmaci sintomatici e operare una azione di “counselling” su stile di vita, dieta, esercizio fisico adeguato, in una sorta di “somministrazione di se stesso” che, definita con sicurezza la diagnosi, si svolgeva nella prescrizione una volta di compresse, un’altra di visite di consulenza, un’altra ancora di fiale, e poi di radiografie di controllo oppure di fisioterapia e così via, in una specie di circolo vizioso, legato ad atteggiamenti ora compassionevoli, ora rinunciatari, ora conflittuali.
Pur non rinnegando queste pratiche, ancor oggi, per certi versi utili, la medicina basata sull’evidenza, tuttavia, impone all’attenzione dei medici di medicina generale la recente pubblicazione sulle potenzialità della glucosamina solfato, nella cura eziologica dell’artrosi. A questo punto, quindi, tutte le peculiarità descritte in precedenza possono e devono assumere un ruolo nuovo, legato alla diffusione e alla comunicazione di alcuni messaggi chiave, come la durata, l’efficacia, la tollerabilità e l’assenza di interferenze farmacologiche di questa terapia. Sensibilizzare il paziente sulle caratteristiche del farmaco, sulla necessità di protrarre la cura per lunghi periodi in sicurezza, sono informazioni indispensabili che solo il medico di famiglia è in grado di trasmettere con quella penetrazione e incisività che sono fondamentali perché il paziente aderisca al trattamento, compresa anche l’informazione di tipo economico, data la non rimborsabilità, per ora, del farmaco.
A questo proposito, infine, considerando come i maggiori fruitori della molecola saranno le persone anziane, si auspica come al più presto si decreti per la glucosamina solfato, la fascia A.
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