venerdì, 26 febbraio 2021
Medinews
2 Novembre 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. GIOVANNI B. ZITO

Negli ultimi 20 anni sono stati realizzati importanti progressi nel trattamento farmacologico e non farmacologico dello scompenso cardiaco. Nonostante ciò permangono comunque zone d’ombra, in quanto sia la mortalità che la morbilità sono ancora elevate ed anche la qualità della vita dei pazienti non è ancora soddisfacente. Lo scompenso cardiaco va oggi considerato come una sindrome sistemica e non come una patologia relegata al cuore, in quanto le sue manifestazioni cliniche sono il risultato di modificazioni molecolari e cellulari che si verificano a livello del cuore, del rene, della muscolatura liscia e delle cellule endoteliali. Individuare nuove strategie, nuove possibilità terapeutiche e/o supporti che possano coadiuvare lo schema della terapia standard sono obiettivi oggi sostenibili e che possono migliorare la qualità della vita dei pazienti e, ancor più, tendere a ridurne la morbilità e la mortalità.
L’uso dei nitrati è una terapia sempre più diffusa nello scompenso e vive oggi una nuova giovinezza soprattutto dopo la scoperta che l’endotelio, considerato in passato una semplice barriera di separazione tra sangue e cellule muscolari, è l’organo endocrino più esteso e più importante del nostro organismo. In condizioni fisiologiche produce l’ossido nitrico, un gas che esercita un effetto vasodilatatore e svolge un importante azione antiaterogena ed antitrombotica. Quando, per varie cause, vi è una ridotta biodisponibilità di questo gas si crea una disfunzione endoteliale e, paradossalmente, si attivano azioni diametralmente opposte ed aggressive. Tutte le patologie cardiovascolari sono state reinterpretate, riconoscendo nella disfunzione dell’endotelio un momento eziopatogenetico iniziale di importanza cruciale.
I nitrati, donatori di ossido nitrico endotelio-indipendente, possono esplicare un importante ruolo nel ristabilire il normale equilibrio a livello endoteliale. Altro particolare non trascurabile è che i pazienti scompensati sono già pluritrattati e quindi possono trovare nella somministrazione transdermica una via efficace, sovrapponibile a quella per via orale, che consente di non appesantire un ritmo quotidiano già significativamente scandito dalla somministrazione di farmaci.
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