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9 Marzo 2001

TUTTI I RISCHI DELLE SIGARETTE

Nell’insieme, questi fattori giungevano a spiegare l’86% di tutti i casi di infarto registrati nella popolazione italiana.
Il rischio attribuibile al fumo di sigarette era più elevato negli uomini che nelle donne e, soprattutto, i rischi attirbuibili per tutti i fattori considerati erano considerevolmente più alti in giovane età, giungendo a spiegare il 97% di tutti i casi di infarto miocardico acuto al di sotto dei 50 anni. E’ quindi chiaro che, anche solo con il tabacco e alcuni altri semplici e ben identificati fattori di rischio, possiamo spiegare e quindi – almeno in linea di principio – prevenire la maggior parte dei casi di infarto che si verificano nella nostra popolazione e oltre i tre quarti degli infarti sotto i 50 anni, che, proprio per la giovane età dei soggetti, costituiscono il problema più rilevante a livello medico e sociale.

Fumo di sigarette e rischio di diabete
Il diabete mellito è una importante malattia del metabolismo degli zuccheri, che colpisce circa il 5% della popolazione. Il diabete ha una base genetica ma riconosce anche fattori di rischio associati allo stile di vita, tra cui la dieta, e in particolare l’obesità e, secondo un recente studio condotto nell’università di Harvard, anche il fumo di sigarette.
Il fumo di sigarette, infatti, ha infuenza sui livelli di insulina, l’ormone la cui inadeguata regolazione è causa del diabete. In particolare, il fumo diminuisce i livelli di insulina a digiuno e causa un aumento transitorio della glicemia dopo test da carico di glucosio. Nei fumatori anche la distribuzione del tessuto adiposo è tale da essere associata allo sviluppo del diabete. Un importante contributo per quantificare il rischio di diabete nei fumatori è stato fornito dai risultati di uno studio prospettico americano, basato su oltre 110.000 infermiere reclutate nel 1976, tra le quali 2.333 avevano sviluppato un diabete nel corso di successivi 12 anni.
Rispetto alle non fumatrici, il rischio di diabete era del 20% più alto nelle fumatrici tra 15 e 25 sigarette al giorno, e di oltre il 40% aumentato nelle forti fumatrici (25 sigarette al giorno e più). Questi risultati non erano attribuibili al diverso peso corporeo di fumatrici e non fumatrici, poiché una correzione per l’indice di obesità era presente nell’analisi. E’ possibile che questa associazione tra fumo e diabete sia osservabile in particolare nelle donne, nelle quali il fumo di sigarette esercita un generale effetto anti-estrogenico, causando quindi una distribuzione del tessuto adiposo più simile a quello degli uomini, che a sua volta può essere associata al rischio di diabete. Il fumo di sigarette può risultare tossico anche sulle cellule pancreatiche che producono l’insulina. E’ noto, ad esempio, che il fumo è associato al rischio di tumore del pancreas e ha un effetto su altre patologie pancreatiche croniche con possibili conseguenze sul rischio di diabete è quindi verosimile.
I risultati di questo studio offrono quindi una nuova interessante possibilità e prospettiva di prevenzione nei confronti di una delle principali malattie croniche nella nostra popolazione. Essi indicano inoltre nel diabete un ulteriore rischio e danno da fumo di sigarette sulla salute.

Malattie neurologiche
“Fumare, bere e pensare” è il titolo di un articolo pubblicato sul prestigioso “American Journal of Epidemiology” da un gruppo di ricercatori olandesi, che hanno considerato l’evoluzione delle funzioni cognitive, misurate nel 1990 e nel 1993, in un gruppo di circa 500 anziani di oltre 75 anni.
Il tema è di particolare interesse, poichè negli ultimi anni i produttori di sigarette hanno ripetutamente suggerito che i fumatori fossero a minor rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, oltre che il morbo di Parkinson. Buona parte dei dati, tuttavia, erano basati su un semplice confronto retrospettivo delle abitudini al fumo tra persone con o senza malattie neurologiche, che sono quindi a rischio di almeno due tipi di errori principali.
Il primo è che i pazienti con gravi patologie neurologiche, quali il morbo di Alzheimer, abbiano selettivamente smesso di fumare, e che quindi le abitudini di fumo rilevate siano una conseguenza, e non una causa, della patologia stessa. Il secondo errore è dovuto a una selettiva eliminazione di fumatori con patologie neurologiche, se la loro mortalità globale è più alta rispetto ai non fumatori con analoghi stati morbosi.
Il disegno prospettico dello studio olandese consente di evitare, in larga parte, i due errori sopra menzionati. Di conseguenza, i risultati di questo studio sono particolarmente rilevanti e per diversi aspetti sorprendenti. La diminuzione delle funzioni cognitive, infatti, era più alta – e di analoga entità – sia nei fumatori che nei non fumatori con malattie cardiovascolari o diabetiche, e minore negli ex-fumatori. In termini di rischio relativo, inoltre, i fumatori correnti mostravano un aumento del 20%, ai limiti della significatività statistica, di fornire risposte erronee, e un qualche aumento anche di avere un basso punteggio di funzioni cognitive globali.
Questi dati, pertanto, non confermano l’ipotesi che il fumo di tabacco abbia un effetto favorevole sulle funzioni cognitive degli anziani. Al contrario potrebbe addirittura avere uno specifico effetto sfavorevole nei pazienti con patologie vascolari o diabete. Al di là delle incertezze interpretative, tuttavia, resta la conclusione che questi dati sono incompatibili con un effetto favorevole del tabacco sulle funzioni cognitive degli anziani.

Fumo di sigarette e rischio di cataratta
La cataratta è una frequente patologia oculare nelle persone anziane, che consiste in un progressivo opacamento del cristallino, con conseguente offuscamento visivo. La rimozione chirurgica del cristallino consente di riacquistare una corretta visione, ma rappresenta pur sempre un onere considerevole, sia per i pazienti che per le strutture sanitarie.
L’età è il principale determinante della cataratta, forse semplicemente in quanto espressione di un accumulo di danni al cristallino: è noto infatti che esposizioni continuate a luce violenta – in generale ai raggi solari – costituiscono un fattore di rischio importante per la cataratta. In termini patogenetici, un possibile meccanismo per la formazione di cataratta è ipotizzabile attraverso un processo di ossidazione e precipitazione di proteine.
Una ricerca su oltre 22.000 medici americani, anch’essa condotta all’Università di Harvard, ha messo in evidenza un rischio relativo di cataratta aumentato dal 60 al 100% nei fumatori rispetto ai non fumatori, e un rischio crescente in funzione al numero di sigarette fumate. Considerando la prevalenza del fumo nella popolazione, esso sarebbe responsabile almeno del 20% delle cataratte.
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