giovedì, 26 novembre 2020
Medinews
9 Novembre 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DELLA PROF.SSA MARIA GRAZIA MODENA

Il problema principale con il quale si confrontano ugualmente cardiologo e cardiochirurgo è la cardiopatia ischemica cioè la malattia aterosclerotica delle coronariche che causa l’infarto. La terapia più moderna è quella di un ricovero precocissimo in ospedale. L’attività del 118 è fondamentale per scongiurare il ‘ritardo evitabile’ cioè abbreviare al massimo l’intervallo di tempo tra quando la persona avverte un dolore sospetto e forte, e l’inizio della terapia intensiva cardiologica. Gli interventi chirurgici possono ‘riaprire’ le coronarie ostruite; il più moderno è la ben nota angioplastica coronarica ossia un palloncino che viene introdotto rapidamente attraverso un vaso periferico e lo dilata, rimuovendo così il trombo nelle coronarie che causa l’infarto. Per ottimizzare questo trattamento occorre lo ‘stand by’ cioè la presenza del cardiochirurgo per motivi non solo medico-legali ma anche strategiche: se ci sono complicazioni il paziente deve passare all’intervento chirurgico vero e proprio, ma se il cardiochirurgo si trova in una sede distaccata e distante si rischia di creare una nuova emergenza, aumentando il rischio di vita.
Altra patologia importante è l’insufficienza cardiaca. Oggi, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione, non si muore più per cardiopatie congenite, valvole e altre patologie un tempo al vertice della mortalità cardiaca. Tutti i disturbi cardiovascolari, da quelli ischemici all’ipertensione, portano infine all’insufficienza cardiaca, cioè a un cuore dilatato che pompa male. Quando le medicine non servono più, il trapianto è quasi sempre la scelta migliore; purtroppo però, a fronte di un’altissima domanda, i donatori sono rari. Perciò il cardiochirurgo deve spesso effettuare, disegnando e creando interventi su misura, delle operazioni di ricostruzione del cuore malato: asportando la porzione di cuore che pompa male, cambiando una valvola che ‘perde’ perché il cuore è dilatato, adottando sistemi che aumentino comunque la ‘forza’ della pompa cardiaca. Una tecnica d’intervento particolare è la cardiomioplastica che prevede l’utilizzo del muscolo dorsale dello stesso paziente, con il quale si ‘fascia’ il cuore dilatato. Stimolando poi con un pacemaker questo muscolo ‘a prestito’, si aiuta il cuore malato a pompare il sangue in circolo. Una tecnica molto nuova, sempre per cuori dilatati, con valvola mitrale insufficiente, e che hanno perso il loro ritmo normale di contrazione, è la ‘risincronizzazione’ operata con dei particolari pacemaker a tre cateteri che vengono inseriti per via venosa e che fanno contrarre artificialmente il cuore in modo da armonizzare la sincronia che ha perso. Con questa tecnica, nell’arco di qualche mese, il cuore si riduce di dimensioni, pompando meglio, ma non solo: diminuisce anche l’insufficienza della valvola mitrale. Nel corso di quest’anno a Modena abbiamo utilizzato questa tecnica su cinque pazienti e in tutti c’è stato un netto miglioramento della qualità di vita.
L’ultima frontiera, soprattutto quando manca l’organo da sostituire, è l’ingegneria genetica del cuore, cioè il trapianto di cellule staminali. Si asportano delle cellule di tessuto omologo dal midollo dello stesso paziente; queste cellule sono in grado di differenziarsi nelle varie sezioni del cuore. Vengono purificate e iniettate con sistemi particolari, attraverso la cute, nei tessuti miocardici cicatriziali, cioè in quelle parti del muscolo che non ricevono più sangue. Gli studi sperimentali attualmente in corso anche in Italia hanno dimostrato la formazioni di nuovi circoli o zone capillari che portano sangue all’organo malato. I pazienti in sperimentazione sono persone con un quadro clinico estremamente grave, che hanno già fatto by-pass, angioplastica, con vasi aterosclerotici che non possono essere ulteriormente aperti, per cui il cuore è in una condizione di grave insufficienza. Finora, nel giro di pochi mesi fino ad un anno, i pazienti trattati con cellule staminali hanno non solo meno sintomi – l’angina scompare – ma migliorano anche la loro condizione generale, riuscendo persino a eseguire compiti quotidiani che richiedono sforzi di media intensità.
Il trattamento delle malattie cardiovascolari richiede sempre più frequentemente l’impiego delle terapie chirurgiche risolutive, da quelle meno invasive come l’angioplastica alle tecniche d’avanguardia come il trapianto di cellule staminali omologhe. Una simbiosi ideale tra le competenze del cardiologo e quelle del cardiochirurgo, e la contemporaneità della loro azione, sono requisiti fondamentali per un’applicazione ottimale degli interventi terapeutici. Questo serve inoltre per far crescere una coscienza medica nuova nel campo della cura delle patologie cardio-correlate, non solo nelle corsie degli ospedali e nelle sale operatorie ma anche e soprattutto nelle aule universitarie.
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