sabato, 28 novembre 2020
Medinews
9 Novembre 2001

LA MORTE IMPROVVISA

Le cause
Ogni anno in Italia l’infarto colpisce 170.000 persone e per quasi 50.000 non c’è niente da fare: l’ischemia è fatale, nella stragrande maggioranza dei casi ancor prima di arrivare al pronto soccorso. Vite perse per questione di attimi (preziosi). Grazie all’impegno di C.O.Na.Cuore, il Coordinamento Operativo Nazionale Cuore, l’8 marzo 2001 il Parlamento ha approvato la legge che estende l’utilizzo dei defibrillatori al personale paramedico, anche in luoghi a grande affluenza come aeroporti e stadi. Una misura importante, dato che 20mila decessi avvengono fuori dalle mura domestiche.
Allo stesso modo anche le aritmie atriali (fibrillazione atriale e flutter atriale), solitamente indici di una significativa disfunzione ventricolare, possono portare a una prognosi infausta. Può inoltre sopraggiungere un blocco cardiaco, quasi sempre fatale. L’insufficienza cardiaca – che oltre a essere una patologia cronica autonoma può appunto sopraggiungere come complicanza di un infarto miocardio – è dovuta alla diminuzione della funzionalità cardiaca: il cuore immette un volume ridotto di sangue in circolo. I sintomi dello shock cardiogeno sono quelli dell’abbassamento di pressione improvviso, con estremità fredde e sudore, e durano circa mezz’ora fintanto che la pressione non diviene più rilevabile. L’elevato tasso di mortalità di questa complicanza (80 – 90%) è dovuto al fatto che lo shock cardiogeno è spesso associato all’insufficienza e alle aritmie.

Mortalità e costi
In Italia si stima che siano poco meno di 70.000 le persone colpite ogni anno da morte improvvisa, in maggioranza dovuta ad arresto cardiocircolatorio, spesso a seguito di un episodio di infarto (50.000 casi).
Uno studio realizzato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (studio MONICA – MONItoring CArdiovascular disease), condotto su una popolazione della Brianza, rileva che la morte improvvisa costituisce il 7,1% della mortalità globale ed il 50% delle morti secondarie da cardiopatia ischemica.
Il rischio di morte improvvisa si può diminuire anzitutto adottando le procedure d’urgenza come la defibrillazione ossia l’applicazione di una scossa elettrica al cuore per arrestare la fibrillazione e riportare entro valori di normalità il battito cardiaco, le manovre di rianimazione cardiopolmonare. Ma un intervento di soccorso ritardato, oltre la finestra temporale dei 10 minuti, ha spesso esiti catastrofici e costi enormi per la persona, la famiglia e la società (invalidità permanente, stato vegetativo persistente).

La mortalità extraospedaliera
Si stima che circa il 91,7% di tutte le morti improvvise avvenga in fase preospedaliera, fuori cioè dall’ospedale. La rapidità con la quale si manifesta l’arresto cardiocircolatorio non lascia molto tempo per l’intervento delle unità coronariche di soccorso, che pure dalla loro introduzione ad oggi hanno consentito di ridurre la mortalità del 20% nell’arco di un decennio.
Il dato riferito alla mortalità da arresto cardiocircolatorio in sede extraospedaliera, indica che molte persone potrebbero essere salvate se la defibrillazione venisse attuata entro un brevissimo lasso di tempo da testimoni presenti all’evento ed in grado di utilizzare un defibrillatore semiautomatico.

La prevenzione
Ogni anno in Italia per 100mila superstiti ospedalizzati per infarto miocardico inizia la terapia di mantenimento per scongiurare recidive e morte improvvisa per arresto cardiocircolatorio e per evitare le complicanze che sopraggiungono nel 25% dei dimessi. Lo studio GISSI Prevenzione ha dimostrato recentemente che per i 75mila pazienti infartuati che non subiscono queste complicanze, un farmaco a base di acidi grassi poliinsaturi Omega 3 rappresenta un nuovo strumento di prevenzione della mortalità (riducendola del 20% in termini assoluti e diminuendo del 45% i casi di morte improvvisa), in aggiunta alla terapia standard che comprende i beta-bloccanti, gli ACE-inibitori, gli antiaggreganti piastrinici (ad esempio l’aspirina) ed i farmaci per ridurre il colesterolo.

La terapia
Le complicanze più pericolose dell’infarto che possono portare all’arresto cardiocircolatorio e alla morte improvvisa sono le aritmie che si sviluppano nel 95% dei casi; tra le più gravi è la fibrillazione ventricolare, principale causa di morte improvvisa nel 10% circa dei ricoverati, che va trattata con procedure d’urgenza come la defibrillazione ossia l’applicazione di una scossa elettrica al cuore per arrestare la fibrillazione e riportare entro valori di normalità il battito cardiaco, e le manovre di rianimazione cardiopolmonare. Quando l’azione dei farmaci è insufficiente a ristabilire la corretta circolazione sanguigna e a regolarizzare il battito cardiaco, può essere necessario intervenire per via chirurgica con un intervento di by-pass aortocoronarico d’urgenza, che prevede l’innesto di sezioni di altre vene per ripristinare l’irrorazione di determinate aree del cuore, oppure con un’angioplastica con palloncino che, dilatando le arterie ristrette, consente di aumentare l’afflusso di sangue al muscolo danneggiato.
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