mercoledì, 2 dicembre 2020
Medinews
20 Novembre 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL DOTT. GIANNI LEARDINI

I costi indiretti sono dovuti soprattutto ai mancati guadagni per la perdita della capacità lavorativa e le assenze dal lavoro. Si aggirano intorno a 1236 € per paziente all’anno, di cui 382 per perdita di giornate lavorative e di produttività da parte del paziente e ben 740 per perdita di produttività di chi presta assistenza la malato, che generalmente è un familiare. E questo sottolinea quanto può incidere la malattia nell’ambito familiare.

I costi intangibili riguardano, invece, la qualità della vita. Nello studio è stata riscontrata una significativa correlazione fra l’evoluzione del danno strutturale, cioè della malattia, l’aumento dei costi sociali e il peggioramento della qualità della vita. Dall’analisi di questa terza classe di costi emerge che bloccando la malattia in prima fase, non solo si procurerebbe un risparmio notevole alla società e alle famiglie (in base allo stadio di evoluzione della malattia, infatti, i costi aumentano in maniera esponenziale), ma si permetterebbe un importante miglioramento della qualità della vita.

Va ricordato, inoltre, che i pazienti ospedalizzati hanno un costo di 6 volte superiore rispetto ai pazienti non ospedalizzati. Ma è proprio necessario il ricovero per un numero così alto di pazienti (il 7.9% dei pazienti con artrosi di ginocchio)? E ancora, come evidenziato in precedenza, più della metà delle spese terapiche riguardano la fisioterapia e non i farmaci. Ma le fisioterapie sono tutte realmente efficaci quanto lo sono i farmaci? Non si dovrebbe chiedere anche per queste una dimostrazione di efficacia secondo la Medicina Basata sulle Evidenze (EBM) al pari di quanto avviene per la commercializzazione dei farmaci? Infine, visto che la grande parte delle spese della diagnostica non è destinata ad accertamenti strumentali o di laboratorio, ma è relativa a visite soprattutto specialistiche, la possibilità di riaffidare il paziente al medico di famiglia potrebbe comportare un ulteriore risparmio di spesa.
In sostanza, per ridurre i costi sociali e migliorare le condizioni di vita, bisogna cambiare la gestione del malato. Il tutor della malattia artrosica dovrebbe essere il medico di medicina generale, il paziente non dovrebbe mai essere ospedalizzato, se non in casi molto gravi o per operazioni chirurgiche e, soprattutto, bisognerebbe organizzare un’efficace campagna di prevenzione per bloccare precocemente la malattia. Bisogna informare il paziente che esiste questa possibilità: ancora molti credono che la malattia artrosica sia senza sbocchi, senza ritorno e cronicamente evolutiva quando, invece, è possibile modificarne l’evoluzione. Basta prevenire.
Si pensi che, in un primo stadio di esordio della malattia artrosica, il costo sociale, dato dalla somma dei costi diretti ed indiretti, si aggira attorno i 1393 € ma, quando la malattia si trova in uno stadio avanzato, questo sale a 3784 €. La prevenzione, magari rivolta ai pazienti a maggior rischio, è fondamentale: questi vanno identificati e vanno applicate le prescrizioni terapeutiche per le quali è dimostrata la possibilità di bloccare l’evoluzione della malattia, come la glucosamina solfato, scoperta tutta italiana.
Anche perché c’è un ulteriore fattore da prendere in considerazione: dato l’aumento dell’età media della nostra popolazione, i costi che la società dovrà sostenere per la malattia in un prossimo futuro saranno ancora maggiori. E non solo: se oggi stiamo male, domani staremo peggio perché ci sarà sempre più gente anziana che vivrà più a lungo e, quindi, sempre più pazienti artrosici e più malati con artrosi evoluta. È fondamentale cominciare a fare prevenzione, con i primissimi sintomi, rivolgendosi al medico di medicina generale, il quale valuterà la presenza di possibili fattori di rischio e quindi l’opportunità di rivolgersi allo specialista.
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