Medinews
5 Marzo 2001

NUOVE ARMI CONTRO IL CANCRO DEL COLON RETTO

I progressi realizzati nei settori dell’anestesia, della rianimazione e del materiale chirurgico, insieme ad una maggiore esperienza nella chirurgia epatica, hanno consentito di ridurre i rischi di mortalità e di morbilità pre e post operatoria, e si sono moltiplicate le indicazioni per il ricorso a resezioni più estese.
Tuttavia, nonostante i mezzi sempre più importanti a disposizione della chirurgia epatica, la maggior parte dei pazienti affetta da tumore colorettale con metastasi epatiche non veniva considerata come “operabili” a causa dell’estensione della massa tumorale. Recentemente si sono imposti nuovi protocolli chemioterapeutici più efficaci, capaci di indurre una regressione considerevole della massa tumorale, che hanno reso possibile praticare la chirurgia epatica secondaria in pazienti con tumori giudicati inizialmente non resecabili.
La vasta esperienza oggi acquisita nella chemioterapia citoriduttiva a base di oxaliplatino, con susseguente resezione epatica, ha dimostrato la fattibilità di questo approccio che combina due modalità terapeutiche, così come la sua efficacia in termini di sopravvivenza a lungo termine.
I recenti lavori del Centro Epato-biliare dell’ospedale Paul Brousse di Villejuif, in Francia, dimostrano che la chemioterapia con oxaliplatino in associazione con 5-FU e acido folinico, seguita da intervento chirurgico si traduce in una sopravvivenza a lungo termine, confermando così i risultati di studi clinici condotti in pazienti con metastasi epatiche inzialmente non resecabili.
I dati del Cento Epato-Biliare precisano che la chirurgia curativa è stata praticata su 95 pazienti, il 29% dei quali è stato oggetto a resezione minore e il 71% di una epatectomia maggiore. Le tecniche chirurgiche associate comprendevano la criochirurgia in 11 pazienti, l’epatectomia iterattiva in 28, l’asportazione polmonare in 20 pazienti o altri tipi di asportazione in 12 pazienti.
Nessun paziente è deceduto durante l’intervento o nel corso dei 2 mesi seguenti. Solo il 23% ha presentato complicazioni postoperatorie, la più frequente consistendo in raccolte di liquidi con risoluzione spontanea. Sui 95 pazienti operati, 39 erano vivi al termine di un follow-up della durata media di 4,2 anni e il 64% di questi non ha sviluppato recidive.
Questi dati dimostrano che la chemioterapia con oxaliplatino associata a 5FU e acido folinico, seguita da un intervento chirurgico, si traduce in una sopravvivenza a lungo termine: il 34% dei pazienti erano vivi dopo 5 anni mentre le cifre normalmente riportate per pazienti che non hanno subito resezione vanno dal 3 al 5%.
Questi risultati ottenuti per quanto riguarda la sopravvivenza sono simili a quelli osservati nel caso di resezioni praticate come trattamento di prima linea e dimostrano che la chirurgia epatica rappresenta un approccio ben tollerato nei pazienti prima trattati con una chemioterapia a base di oxaliplatino.
Oggi, l’oxaliplatino viene commercializzata in più di 50 paesi come trattamento di prima e/o seconda linea nel tumore colorettale metastatico in associazione con 5-FU/LV. Oltre al tumore colorettale, l’oxaliplatino è in corso di valutazione nel trattamento di altri tipi di tumori, come quello dell’ovaio, del seno, del pancreas, il tumore del polmone non a piccole cellule e i linfomi non-hodgkins. Altri studi di fase I e II sono in corso per valutarne il potenziale in altri tipi di tumori.


L’UFT

A fine ottobre l’Unione Europea ha approvato la commercializzazione di un nuovo farmaco in compresse per il trattamento del tumore del colon retto in fase avanzata. Si tratta dell’UFT (tegafur-uracile). Il mutuo riconoscimento fra i 14 Paesi dell’Unione (cui si aggiungono Norvegia e Islanda) consentirà la commercializzazione dell’UFT in combinazione con il Folinato di calcio per il trattamento di prima linea del cancro del colon retto metastatico. In Italia il farmaco sarà disponibile prima dell’estate.
La nuova molecola presenta un’efficacia pari a quella del trattamento standard a fronte di minori effetti collaterali. Gli studi realizzati su 1200 pazienti provenienti da 132 centri in Europa, Stati Uniti, Canada, Australia e Israele hanno dimostrato che a parità di sopravvivenza l’UFT, confrontato al trattamento standard, determina una minore incidenza di neutropenia grave, cioè carenza di globuli bianchi (1% contro 56%), di neutropenia associata a febbre (0% contro 13%) e di grave stomatite (1% contro 19%).
“Si tratta di un significativo passo in avanti per assicurare ai pazienti con tumore avanzato del colon-retto un’alternativa chemioterapica efficace e ben tollerata,” ha detto James Carmichael, professore di oncologia clinica del Centro Ricerca sul Cancro JB Cochrane del City Hospital di Nottingham in Gran Bretagna, uno dei coordinatori degli studi. “Tradizionalmente infatti questi pazienti ricevono soltanto una terapia via flebo. Ora possiamo offrigli, in aggiunta, un trattamento chemioterapico orale efficace e sicuro”.
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