venerdì, 17 aprile 2026
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21 Febbraio 2001

COS’E’ L’EPATITE C

Non esiste un unico tipo di virus: i ricercatori hanno individuato almeno 9 genotipi distinti, designati con numeri arabi (HCV-1, HCV-2, HCV-3, etc.) e vari sottotipi, identificati dalla lettera a pendice (HCV-1a, HCV-1b, HCV-1c, etc)
La distribuzione geografica dei diversi genotipi dell’HCV è ampiamente variabile. In Italia ed in Europa vi è una netta prevalenza del genotipo 1, ed in particolare del genotipo 1b. Il genotipo 4 è diffuso principalmente nel continente Africano, ed in particolare in Zaire ed Egitto, mentre il genotipo 5 in Sud Africa; il genotipo 6 e i suoi sottotipi, in Asia. Rimane da definire quali genotipi hanno maggiore significato clinico: i genotipi 1a, 1b e 4, per esempio, sembrano rispondere meno alla terapia con interferone, ma non è chiara la loro associazione con una diversa severità della malattia. Nonostante numerosi studi condotti per chiarire per chiarire il suo eventuale rapporto con la patogenesi e la terapia dell’epatite cronica, , l’importanza sul piano clinico della eterogeneità genomica dell’HCV rimane periò non del tutto chiarita. Secondo dati recenti, proprio la natura di quasispecie dell’HCV potrebbe costituire un fattore di grande importanza nella storia naturale dell’infezione da HCV. La quasispecie è definita come una popolazione eterogenea di virioni, ciascuno dei quali può differire dall’altro anche solo per una mutazione puntiforme del genoma. Solitamente, in un paziente con infezione primaria predomina una popolazione di virus omogenea dal punto di vista genetico, ma tuttavia essa può, probabilmente sotto la pressione della risposta immunitaria dell’ospite, modificarsi nel corso del tempo, portando all’emergenza di una o più popolazioni virali che, a seguito della modificazione genetica, abbiano ottenuto un “vantaggio” in termini di sopravvivenza della specie.
La conseguenza dell’eterogeneità genica dell’HCV e della sua capacità di mutazione genetica e quindi fenotipica sono probabilmente alla base dell’elevata frequenza di cronicizzazione dell’infezione (il virus sfugge al sistema immunitario dell’ospite), della possibile reinfezione anche con ceppi virali di genotipo diverso, della non soddisfacente efficacia della terapia con interferone e, da ultimo, ma non per questo meno importante, della difficoltà di allestire vaccini.
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