sabato, 5 dicembre 2020
Medinews
21 Febbraio 2001

07 SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. MASSIMO COLOMBO

E’ verosimile che in considerazione della lenta storia naturale dell’epatite C, il trattamento palliativo debba essere protratto per anni. Per questo, l’interferone pegilato potrebbe avere dei vantaggi rispetto all’interferone a più rapida clearance.
Sta iniziando uno studio multicentrico in Europa e Canada per valutare se il trattamento prolungato con interferone pegilato è capace di arrestare la progressione della fibrosi nei pazienti con epatite C, che non hanno eliminato l’infezione virale con la terapia combinata. Un altro potenziale impiego dell’interferone pegilato è il trattamento a lungo termine dei pazienti che hanno già cirrosi da virus C e che non rispondono alla terapia combinata. Lo scopo di questo trattamento è prevenire lo scompenso clinico, cioè la comparsa di ittero, ascite, encefalopatia ed emorragia digestiva, o lo sviluppo di tumore epatico. Infatti, la revisione di alcuni studi in pazienti con cirrosi trattati con interferone alfa, suggerisce un parziale effetto profilattico dell’IFN nei confronti delle sopracitate complicanze.
Per valutare appropriatamente se questo è vero, tra alcuni mesi inizierà uno studio controllato di trattamento protratto con interferone pegilato di pazienti con cirrosi compensata da virus C che non hanno risposto alla terapia combinata interferone + ribavirina. In questo studio, in pratica verrà valutato se la soppressione protratta della necroinfiammazione e della proliferazione epatocitaria può attenuare o sopprimere fibrogenesi e rischio neoplastico, con conseguente incremento della sopravvivenza dei pazienti. Di questo trattamento, naturalmente, oltre ai potenziali vantaggi saranno valutati anche gli svantaggi che non sono solo di tipo economico, ma anche di tollerabilità. E’ noto, infatti, che il trattamento a lungo termine con interferone può modificare la qualità di vita per la comparsa di effetti collaterali indesiderati.
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