venerdì, 17 aprile 2026
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21 Febbraio 2001

05 SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. ANTONIO CRAXI’

Un altro problema per il paziente con epatite C è quello del potenziale pericolo di infettare l’ambiente circostante. A mio modo di vedere si tratta però di un pericolo grossolanamente sovrastimato. In realtà l’infettività di chi è positivo al virus HCV è ridotta al minimo: è modesta per via sessuale, e quasi irrilevante per via verticale (da madre a figlio), quasi nessuna per l’ambiente esterno. Mi rendo conto però che questo è un concetto difficile da fare accettare a chi ha un’infezione cronica, a chi magari viene da una famiglia in cui sono presenti altri casi di epatite C, contratti molti anni prima per esempio attraverso l’utilizzo comune di siringhe di vetro.
Spesso chi ha un’infezione C si chiede quale debba essere il suo comportamento in ambito famigliare, sociale, sul lavoro. Pensiamo per esempio al personale sanitario sia medico che paramedico, che vive l’essere portatore di epatite C come un potenziale grave fattore di limitazione della propria attività professionale. Siccome non ci sono certezze, diciamo che anche questo aspetto genera notevole ansietà. In questo senso il trattamento dell’epatite C può essere percepito come un modo per liberarsi non solo della malattia ma anche di un rischio che, a torto o a ragione, si può pensare di rappresentare per l’ambiente.
L’epatite C non è una malattia che da sintomi. Per la stragrande maggioranza della sua storia naturale, l’infezione è totalmente asintomatica: lo è all’esordio nel momento dell’epatite acuta, lo è pressoché sempre nella fase dell’epatite cronica, lo è anche per buona parte del tempo trascorso nella fase della cirrosi, tranne che negli ultimi anni quando la malattia si scompensa e compaiono le complicanze: ascite, emorragia, encefalopatia epatica. In quel momento la malattia diventa pesantemente sintomatica e fonte di gravissima compromissione delle condizioni generali e quindi, ovviamente, della qualità della vita.
Un altro aspetto da non trascurare per quanto riguarda tutto l’arco dell’infezione cronica da epatite C è la necessità abbastanza frequente di sottoporsi a controlli, esami del sangue, ecografie: tutti eventi che tendono a generare ansia e a rinnovare la percezione di malattia.
Il trattamento. Nella valutazione degli effetti dell’interferone, l’approccio più semplicistico è considerare tale cura talmente “pesante” e difficile da digerire che finisce per peggiorare significativamente la qualità di vita dei pazienti. Non è esattamente così: se infatti è vero che nelle prime fasi di trattamento è presente una sintomatologia (febbre, astenia, malessere) che può temporaneamente ridurre la performance fisica, una volta superata questa fase, il paziente in trattamento antivirale in realtà sta bene, può intrattenere relazioni sociali, relazioni sessuali: non ha insomma particolari problemi. E’ inoltre straordinariamente importante l’effetto in positivo della riuscita della terapia, dimostrata anche con sistemi oggettivi, con scale psicometriche di misurazione per la performance. Il paziente che si sbarazzi dell’infezione cronica ha dei punteggi in questi test psicometrici molto più elevati rispetto a quelli che aveva prima di iniziare il trattamento, cioè in una fase che era sì asintomatico però si percepiva come malato. Ci sono quindi buone evidenze del fatto che il trattamento antivirale, soprattutto se ha successo, non solo non compromette significativamente la qualità di vita del paziente ma anzi la migliora. In questo senso l’interferone pegilato ha un ulteriore vantaggio: trattandosi di una mono somministrazione settimanale limita i disturbi (febbre, astenia) alle 24 ore successive all’iniezione, disturbi che non si ripropongono quindi un giorno sì e uno no come con la terapia con interferoni convenzionali. Di conseguenza questo porta di fatto a percentuali di accettazione della terapia da parte dei pazienti certamente migliori per la monoterapia con interferone pegilato che non per le terapie di combinazione con interferone standard e ribavirina.
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