lunedì, 30 novembre 2020
Medinews
21 Febbraio 2001

03 EPATITE C, IN ITALIA IL ‘SUPERINTERFERONE’ CHE SCONFIGGE IL VIRUS SILENZIOSO

DA MARZO DISPONIBILE IL PEG INTERFERON, LA NUOVA ARMA CONTRO L’INFEZIONE

L’epatite C colpisce in maniera subdola, da killer silenzioso: si insinua nel sangue e può rimanere inattiva anche per 10-20 anni. Nella maggior parte dei casi, chi è stato infettato dal virus se ne accorge solo per caso: la malattia si manifesta soltanto quando la situazione è ormai compromessa, già in fase acuta. “L’HCV – spiega infatti Alfredo Alberti, professore associato nel Dipartimento di Medicina e Clinica sperimentale all’Università di Padova – è un piccolo virus ad RNA che muta costantemente sotto la pressione immunitaria dell’ospite, sfuggendo così al controllo degli anticorpi”. Questa caratteristica, oltre ad essere responsabile delle enormi difficoltà incontrate dai ricercatori nello sviluppo di vaccini efficaci, ha fatto dell’epatite un’emergenza sanitaria mondiale, la causa più frequente di malattia cronica del fegato, di cirrosi e di epatocarcinoma, complicanze che ogni anno in Italia sono responsabili della morte di quasi 30.000 persone.
“L’epatite cronica da virus C – aggiunge il prof. Alberti – è una malattia progressiva. La cirrosi si sviluppa subdolamente in circa 10-30 anni e il rischio e la velocità di progressione sono influenzati sia da fattori genetici dell’ospite, che dall’età al momento dell’infezione, dall’uso di alcool, dalla presenza di coinfezioni con atri virus epatitici o con HIV, da steatosi epatica. Quando l’infezione ha raggiunto lo stadio della cirrosi, questa resta compensata per alcuni anni per poi sfociare in epatocarcinoma, o in ipertensione portale, che determina gravi emorragie digestive, o nello scompenso epatico. Queste complicanze si manifestano annualmente nel 2-5% dei pazienti, con incidenza che aumenta progressivamente con la durata della cirrosi”.
“L’introduzione dell’Interferone pegilato – sostiene il prof. Mario Rizzetto, responsabile del Dipartimento di Malattie dell’Apparato digerente dell’Ospedale Molinette di Torino – non solo permette un miglioramento delle prestazioni terapeutiche ma anche sostanziali vantaggi pratici per il paziente. Mentre l’effetto dell’Interferone convenzionale si esaurisce nel giro di poche ore, tant’è che deve essere ripetuto ogni due giorni, la formulazione pegilata consente un rilascio lento della citochina, che mantiene in questo modo dosi farmacologiche valide per circa una settimana. A questa diversa cinetica – aggiunge il prof. Rizzetto – corrispondono risultati con il solo PEG Interferon simili a quelli ottenibili con la combinazione Interferon tradizionale+Ribavirina (risposta sostenuta nel 40% dei casi, ndr). Se invece si valuta il risultato per genotipo virale, la risposta arriva a circa 30-35% dei pazienti con genotipo 1 e fino al 70% di quelli con genotipo 2 e 3. La somministrazione settimanale invece che trisettimanale è inoltre più conveniente per il paziente e con meno effetti collaterali recidivanti, quali febbre, mialgia e sindrome influenzale”.
E proprio la modalità di somministrazione rappresenta un vantaggio enorme per i malati, con un netto miglioramento della loro qualità di vita. “ Se è vero che nelle prime fasi di trattamento è presente una sintomatologia (febbre, astenia, malessere) che può temporaneamente ridurre la performance fisica – afferma Antonio Craxì, ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo – una volta superata questa fase, il paziente in trattamento antivirale sta bene, può intrattenere relazioni sociali, sessuali, non ha particolari problemi. E’ inoltre straordinariamente importante – aggiunge Craxì – l’effetto in positivo della riuscita della terapia, dimostrata anche con sistemi oggettivi, con scale psicometriche di misurazione per la performance. Il paziente che si sbarazzi dell’infezione cronica ha dei punteggi in questi test psicometrici molto più elevati rispetto a quelli che aveva prima di iniziare il trattamento, quando cioè era in una fase asintomatica ma si percepiva come malato”.
Il Peg Interferon apre inoltre altre interessanti prospettive terapeutiche. “In Europa e in Canada – afferma Massimo Colombo, direttore della Divisione di Epatologia dell’Ospedale Maggiore Irccs di Milano – sta iniziando uno studio multicentrico per valutare se il trattamento prolungato con interferone pegilato sia capace di arrestare la progressione della fibrosi nei pazienti con epatite C che non hanno eliminato l’infezione virale con la terapia combinata. Un altro potenziale impiego dell’interferone pegilato è il trattamento a lungo termine dei pazienti che hanno già cirrosi da virus C e che non rispondono alla terapia combinata. Lo scopo è quello di prevenire lo scompenso clinico, cioè la comparsa di ittero, ascite, encefalopatia ed emorragia digestiva o lo sviluppo di tumore epatico”.
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