Medinews
6 Aprile 2001

03 SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. FILIPPO BOGETTO

Nonostante i progressi nell’acquisizione delle basi biologiche dei disturbi mentali (pur con tutte le interazioni psicosociali) e i progressi delle terapie e delle forme assistenziali che hanno tolto il malato di mente dagli ospedali psichiatrici e l’hanno portato nella “vita” pur con dei disagi soprattutto per le famiglie, resta infatti un forte pregiudizio nei confronti della malattia di mente.
Questo pregiudizio va a grave discapito del paziente, che spesso si vergogna di esporre il problema causando una sottostima della diagnosi, un ritardo nelle cure e compromettendo quindi il possibile reinserimento sociale, dei parenti (si assiste ancora oggi a situazioni tenute nascoste per anni) e dei medici che in presenza di esami negativi non riescono a diagnosticare il disturbo.
Eppure i disturbi psichici sono molto frequenti. La “prevalenza vita”, cioè la possibilità che un individuo nel corso della sua vita vada incontro ad un disturbo psichiatrico diagnosticamene rilevante, è di circa il 50%, una persona su due.
Questo dato non deve spaventare. Non sempre, infatti, si tratta di problemi gravi, dal momento che vengono compresi in questa categoria tutti i disturbi, dall’ansia fino a quelli più gravi disturbi degenerativi e demenziali, schizofrenici.
In quest’ambito depressione ed ansia hanno una presenza molto forte. I disturbi d’ansia puri sono intorno al 15% della prevalenza vita e i disturbi depressivi intorno al 20%. Spesso sono abbinati per cui la percentuale globale (35%) può comprendere entrambi i disturbi.
In queste patologie, tra le più rappresentate a livello di medicina generale, l’importanza del medico di base è fondamentale, ancor più dello psichiatra. È infatti il medico che raccoglie per primo la “confidenza” del paziente, o scopre, sotto forma di lamentele somatiche (mal di testa, di stomaco, cattiva digestione, tachicardia, gambe pesanti, ecc..), la presenza di un disturbo d’ansia e/o depressivo.
I disturbi d’ansia colpiscono di più le donne, in una percentuale di 3 a 1. Tranne un disturbo – quello ossessivo compulsivo – nel quale uomini e donne sono pari. Così per i disturbi depressivi con una eccezione: il disturbo bipolare. Qui sono gli uomini a essere in numero maggiore rispetto alle donne.

I giovani rappresentano una popolazione in cui è difficile valutare la reale prevalenza dei disturbi psichici, in quanto è difficile ottenere dati attendibili. Il grande problema delle fasce giovanili è costituito dall’utilizzo di sostanze capaci di produrre tossicomania. Anche le cosiddette “droghe leggere” facilmente slatentizzano disturbi dell’umore o di personalità. Le sostanze di più pesante azione, dalla cocaina all’eroina fino alle nuove droghe arrivano a squilibrare l’assetto psicologico dell’individuo oltre che a poter slatentizzare disturbi psichici molto gravi.
Alcuni disturbi possono essere apparentemente mascherati dall’uso di sostanze, da generici aspetti di modalità di vita bizzarri, o di stramberie, e quindi accettati come tali, mentre in realtà i periodi di apatia, euforia, comportamento disorganizzato sono già i sintomi di una patologia in atto.
Agendo sui mediatori cerebrali, molto delicati, è chiaro che queste sostanze possono provocare condizioni che in una persona predisposta (la predisposizione biologica dell’individuo è sempre necessaria) comportano successivamente l’entrata in disturbi di lunga durata anche quando l’uso delle sostanze è ridotto o interrotto.
Non è facile avere dati precisi sulla fascia di giovani coinvolta nel problema di un uso importante di sostanze; comunque, nella storia dei giovani che si presentano con questi problemi sicuramente la presenza di un uso pregresso di queste sostanze può oscillare intorno ad un 25-30%.
La patologia ansiosa e depressiva riguarda tutte le età; sono però diverse le forme con cui tale patologia si manifesta. Nell’anziano, ad esempio, frequentemente troviamo accanto ai tipici sintomi d’ansia due aspetti: o un aspetto somatico (lamentele di scarsa efficienza fisica), o il decadimento cognitivo. È importante sapere che il calo cognitivo dell’anziano non è sempre dovuto ad una vera e propria malattia demenziale (Alzheimer, per esempio) ma può essere dovuto a fattori depressivi che causano all’anziano un rendimento fisico e mentale inferiore alle sue reali possibilità. Questo calo, solitamente considerato un fisiologico disturbo legato all’età, è invece sotteso da una vera e propria malattia depressiva affrontabile con idonee terapie.
Per il futuro sono importantissime le basi poste al convegno di Bari per la stesura di linee guida riguardanti questa patologia, ma sarà fondamentale anche avere un programma di sensibilizzazione del medico di famiglia e degli altri specialisti e un coinvolgimento della popolazione generale per continuare nel cammino (anche se ne è stata fatta di strada rispetto a quando si isolava il folle fuori dalle città e dal tessuto civile) di smascheramento di questi problemi e di inserimento degli stessi in una adeguata ottica di diagnosi ed intervento medico.
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