lunedì, 4 maggio 2026
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22 Maggio 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DELLA PROF. MARINA SBISA’

E’ inoltre il caso di tenere conto che la semiotica si distingue dalle analisi di tipo storico, antropologico, psicologico, in quanto non prospetta spiegazioni causali: non instaura alcun collegamento certo fra le circostanze individuali o sociali che possono aver determinato la produzione di un testo e il senso del testo stesso. Quindi l’analisi semiotica non si avvale, se non in misura minima e con alcune cautele di metodo, di conoscenze sulle circostanze storiche e psicologiche della produzione del testo; il che può sembrare una limitazione, ma può risultare un vantaggio quando dobbiamo considerare testi delle cui circostanze fattuali di produzione sappiamo assai poco, come (per ovvie ragioni di privacy) nel caso presente. In casi del genere l’analisi semiotica, articolando il senso del testo, può darci informazioni almeno su come le circostanze fattuali appaiono attraverso il testo prodotto, come sono diventate nell’elaborazione che il testo ne ha fatto. Ciò significa, nel nostro caso, aumentare la nostra conoscenza dei bambini e del loro mondo.
In particolare, dunque, che tipo di cose ci ha potuto dire la semiotica di queste favole e dei loro piccoli autori? Le favole scritte da bambini malati di tumore hanno un evidente impatto emotivo su chi le legge. Ma dire esplicitamente che cosa esattamente comunicano e perché, denominare o descrivere le sensazioni e reazioni che ci provocano, e dire come mai lo fanno, andare oltre alla commozione immediata, al sorriso complice, all’associazione mentale basata sulla propria fantasia e le proprie esperienze, non è semplice. L’analisi semiotica ha evidenziato alcuni aspetti da cui quest’impatto emotivo può dipendere: i valori tematizzati dal racconto, il riconoscimento di aspetti autobiografici, o ancora aspetti strutturali più profondi. In secondo luogo, è indubbio che raccontare è in generale un’attività dall’elevato valore cognitivo, che richiede di organizzare in una serie strutturata resoconti di eventi e azioni e di prendere posizione quanto alla loro valutazione. Alla luce della semiotica le favole raccolte per il concorso hanno mostrato molto decisamente questo aspetto dell’attività di raccontare: la sua capacità organizzativa, il suo potenziale di elaborazione cognitiva e assiologica. Le strutture formali della narrazione e in particolare della narrazione fiabesca consentono la gestione indiretta di domande esistenziali profonde: il senso del vivere, e del soffrire; il senso dell’individualità e delle relazioni con gli altri. Questa gestione viene condotta utilizzando le strutture generali dell’immaginario narrativo
con la grazia e la decisione tipica dei bambini, ora accettando a cuor leggero convenzioni e aspettative riconosciute (quale ad esempio il “lieto fine”), ora integrandole o sostituendole con scelte poco o per nulla ortodosse ma che possono dare molto a pensare. Infine, la nostra conoscenza della prospettiva sul mondo propria dei piccoli autori delle favole si è arricchita di dati riguardanti il loro immaginario di riferimento o i valori che tendono a tematizzare. Tutte e tre le ricerche di carattere semiotico condotte sul corpus hanno contribuito a questi risultati: Ornella Giustina si è concentrata su aspetti di carattere tematico e legati al genere discorsivo della fiaba, Francesco Marsciani su aspetti di carattere strutturale profondo, Isabella Pezzini su aspetti culturali, valutativi e affettivi.
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