martedì, 24 novembre 2020
Medinews
22 Maggio 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DELLA DOTT. PIA MASSAGLIA

Naturalmente la comunicazione scritta, come illustra Marina Bertolotti nel paragrafo dedicato agli aspetti cognitivi, presenta una sua complessità (anche in rapporto ad un percorso di apprendimento) e allo stesso tempo una immediatezza significativamente inferiore rispetto all’espressione grafica, di per sé meno influenzata e/o influenzabile dal contesto culturale, e alla comunicazione verbale. La scrittura diviene uno strumento adatto a comunicare pensieri in modo comprensibile ad altri, quando siano state acquisite regole ortografiche, morfo-sintattiche e semantiche. Inoltre nell’analizzare i racconti spontanei dei bambini, dovrebbe essere considerata, oltre al livello di apprendimento raggiunto, anche l’appartenenza socio-culturale che può contribuire a rendere più o meno familiare l’uso della scrittura come espressione delle proprie esperienze reali ed emotive.
Nel confronto delle tematiche emergenti nei racconti dei bambini ammalati e dei bambini sani, risulta evidente come non vi siano sostanziali differenze nei due gruppi, ma piuttosto si diversifichi la qualità delle esperienze, cui vengono attribuite le medesime fantasie, emozioni e speranze. La malattia si connota come un’esperienza pervasiva, in grado di catalizzare, sollecitandole, tutte le ansie che sono comunque presenti, più o meno consapevolmente, durante il percorso di crescita e che sono evidenti anche nei bambini sani. Infatti tematiche come la solitudine, la malattia, la morte, la diversità e l’anormalità vengono trattate in eguale misura dai due gruppi: i bambini che stanno vivendo l’esperienza di malattia tendono piuttosto ad enfatizzarne o estremizzarne alcuni aspetti, mentre i bambini sani ne danno una panoramica “a più ampio spettro”. Certamente, per questi ultimi, il percorso evolutivo risulta essere, per così dire, meno “imprigionato”, rallentato da movimenti regressivi e contrastanti la crescita. Elementi chiaramente caratterizzanti la pre-adolescenza o l’adolescenza sono maggiormente presenti nei ragazzi non malati, che fanno anche più frequenti riferimenti alle figure genitoriali come elementi di sicurezza cui poter ricorrere. I bambini malati sembrano invece essere consapevoli della fragilità, seppure transitoria, di chi condivide con loro l’esperienza drammatica della malattia.
Questa agisce rendendo più difficile l’elaborazione simbolica in quanto rappresenta la concretizzazione reale delle ansie presenti nelle varie tappe del percorso evolutivo. In quest’ottica sono individuabili modalità di coping che consentono ai bambini malati di preservare preziosi spazi di vita liberi dalla malattia e dalla sofferenza mentale; a questo proposito è significativo come solo una piccola parte degli elaborati si riferisca in modo esplicito all’esperienza di malattia e di terapia: i bambini mantengono così la progettualità personale e i propri legami di amicizia, anche se in una dimensione prevalente di ricordo, di desiderio e/o di sogno. Questo dato è ricco di implicazioni operative per tutti coloro che si avvicinano ai bambini e ai ragazzi in ospedale, con funzioni diverse: intrattenimento, animazione, didattica.
Per quanto riguarda l’ottica psicoanalitica, la fiaba popolare rappresenta quasi uno strumento psicoanalitico ante litteram, in quanto racchiude in sé la rielaborazione di aspetti problematici e conflittuali dell’esperienza umana, avviata, ripresa, perfezionata attraverso innumerevoli generazioni, come un distillato di comprensione e di saggezza conservato e/o arricchito nel tempo. Presenta spesso personaggi caratterizzati in modo estremo come buoni o cattivi, ma allo stesso tempo è un prodotto altamente integrato, una creazione artistica che simbolizza in maniera completa le prime angosce e i primi desideri del bambino. Raccontare o leggere le fiabe tradizionali ai bambini può contribuire a creare un clima di dialogo emotivo rispetto alle normali aree conflittuali del percorso di crescita. Il bambino viene così aiutato a riconoscere elementi e tendenze del suo scenario interno e a considerarli come naturali, quindi meno ansiogeni, e anche affrontabili, anzi spesso superabili e/o risolvibili.
La situazione di malattia oncologica e gli interventi terapeutici, ad essa connessi, configurano una condizione ansiogena: favoriscono infatti nei piccoli pazienti fantasie e timori particolari rispetto al proprio corpo e alla propria vita, che investono poi anche i rapporti con gli altri, sia in famiglia sia all’esterno. L’esperienza mentale che ne consegue è carica di terrore, di rabbia, di disperazione, di depressione; dal punto di vista psicoanalitico possiamo considerarla potenzialmente “traumatica”, in quanto determina angosce difficilmente contenibili.
Dal punto di vista psicoanalitico la necessità di fondare la possibile comprensione dei significati personali sulla conoscenza diretta dei bambini vanifica qualunque pretesa interpretativa specifica sui singoli elaborati, che pure di per sé rappresentano un prezioso veicolo di contenuti mentali. Infatti, se analizziamo i pochi testi con riferimenti espliciti al tumore e/o alla cura e ricomponiamo i diversi frammenti di racconto, ricostruiamo una “storia” di malattia drammatica fin dall’inizio. L’esordio è tratteggiato come un precipitare improvviso e inatteso di eventi sempre più sfavorevoli, cui si accompagnano angosce di impotenza e di confusione, sentimenti di terrore rispetto agli adulti (genitori – medici – infermieri), inspiegabilmente coalizzati nell’attuare un piano crudele (perché comporta interventi aggressivi). Si tratta di una situazione emozionale primaria, in cui sono presenti dinamiche di scissione che producono personaggi malvagi contrapposti a quelli salvifici, luoghi di pena (letto di ospedale) e di gioia (casa), come nelle fiabe.
Si delinea talvolta un “lieto fine” sicuro, garantito anche da doti personali speciali; infatti in uno scenario scisso, il bambino oscilla, rispetto alle proprie capacità e possibilità, tra vissuti di impotenza e di onnipotenza: nel primo caso si ritrova angosciosamente impedito, schiacciato e/o aggredito, nel secondo invece trionfalmente invincibile.
Talvolta è presente una visione realistica, unita al reclutamento di tutte le proprie risorse per non rinunciare ad una lotta vitale, sostenuta dalla vicinanza emotiva dei genitori. Sentimenti di fiducia e di gratitudine possono essere espressi anche verso i curanti, per la loro competenza e per la loro rassicurante serenità, a patto che esista una chiarezza completa sulle vicende della propria storia di malattia. Anche dal punto di vista psicoterapeutico si sottolinea l’importanza di “storicizzare” l’evento traumatico, attraverso una rielaborazione che consenta di distinguere quanto appartiene alla fantasia, e può essere riformulato, da quanto appartiene invece alla realtà, e va accettato: solo così il “trauma” può diventare un’esperienza integrabile nell’ambito del percorso individuale, riducendo il rischio di fissazione e di inibizione.
Se i curanti prendono in considerazione l’importanza di favorire nei piccoli pazienti una visione realistica degli eventi e di sostenere in loro un atteggiamento di fiducia, possono contribuire in modo significativo ad attenuare nei bambini le interpretazioni estreme dell’esperienza di malattia e di terapia. Ricevere attenzione e ascolto promuove in loro la consapevolezza di essere curati e permette loro di raccontare, quando e come lo sentono possibile e desiderabile, emozioni, sentimenti e pensieri su vari momenti della loro storia passata, presente e futura. Si ristabilisce allora gradualmente la prospettiva di continuità dell’esistenza, che era stata offuscata dalla presenza della malattia tumorale, ora ridimensionata nella sua pervasività emotivamente traumatica.
TORNA INDIETRO