martedì, 24 novembre 2020
Medinews
2 Giugno 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. DARIO GROSSI

A tutti noi capita di non avere subito in mente una parola specifica; se la sequenza con cui questo avviene comincia a ripetersi più volte al giorno e va peggiorando, significa che qualcosa non va. Un altro esempio di deterioramento dei processi cognitivi è il calo dell’attenzione.
Con l’avanzare dell’età si ha una riduzione dell’efficacia delle prestazioni dei processi cognitivi. Ad esempio il 50enne non ha la stessa capacità di un ventenne nel ripetere a memoria una lista di cose. In compenso, nell’over 40 la capacità di elaborazione logica del materiale è maggiore perché, mentre i processi cognitivi sono regolati dalla natura, è nostra facoltà poi utilizzarli secondo una ‘strategia cognitiva’ individuale. Un grandissimo patrimonio è il numero elevato di contatti o“sinapsi” che ogni persona sviluppa nel corso della propria vita. Ogni strategia comporta l’attivazione di questi circuiti.
Nell’over 50 queste capacità strategiche sono tali da consentire una più efficiente elaborazione del materiale anche se è presente una meno elevata capacità di contenere rapidamente grandi quantità di informazione, a causa dell’impoverimento neuronale. E’ quindi il fattore tempo a discriminare questo tipo di operazione tra giovani e meno giovani. Questo è inoltre il motivo per cui i farmaci antidepressivi classici, che danno come effetto collaterale un certo calo di memoria, provocano un più marcato indebolimento cognitivo nell’anziano, dovuto al minor numero di neuroni attivi.
I farmaci antidepressivi utilizzati nella pratica clinica dalla fine degli anni 50, i cosiddetti triciclici storici ( amitriptilina, imipramina), sono stati la salvezza di medici e pazienti, cambiando la vita a moltissime persone. Tuttavia presentavano notevoli effetti collaterali, specie negli anziani: tra i più importanti quello anticolinergico che interferisce abbassando la soglia di attenzione e la memoria.
Nell’esperienza clinica infatti non sono rari i casi in cui è stata diagnosticata demenza di tipo Alzheimer solo perché non era nota l’assunzione costante di amitriptilina. Dalla sospensione dell’amitriptilina entro tre quattro settimane il paziente ritorna alle condizioni di base: il danno di questi farmaci dunque è reversibile, a meno che il paziente non sia già affetto da una demenza di Alzheimer in forma subclinica.
Oggi per la cura di depressione e ansia sono disponibili molecole efficaci e con effetti collaterali minimi. Sono stati introdotti i farmaci serotoninergici (che agiscono sul neurotrasmettitore chiamato serotonina) alcuni dei quali non hanno alcun effetto sulla cognitività; altri farmaci, che hanno una componente fortemente serotoninergica, come la paroxetina, addirittura migliorano la cognitività, andando ad aumentare la concentrazione di serotonina, sostanza che trova la sua origine fondamentale in alcuni nuclei profondi del cervello a livello del “rafe mediano”, dove avvengono i più raffinati meccanismi di controllo del comportamento, dell’attenzione, della memoria, della vigilanza e del sonno. Il cervello viene ‘irrobustito’ dall’assunzione di queste sostanze e i pazienti, specie gli anziani, non solo non hanno nessun effetto negativo sulla cognitività dopo l’assunzione di una singola dose, ma mostrano un miglioramento netto delle capacità mnesiche dopo sole cinque settimane di trattamento. Inoltre nei pazienti con demenza, soprattutto in quelli con demenza associata a depressione, il miglioramento dell’umore determina un miglioramento delle prestazioni intellettive, indipendentemente dal decorso clinico della malattia di base.
Esiste inoltre un’altra forma particolare di demenza anche detta “frontale”, cioè una demenza dovuta all’atrofia di una porzione anteriore del cervello che riconosce come unica terapia queste sostanze serotoninergiche. La somministrazione di una molecola serotoninergica, oltre a ristorare l’aspetto cognitivo, permette talvolta di effettuare diagnosi differenziate di demenza; infatti, somministrato il serotoninergico, se il disturbo cognitivo è legato alla depressione stessa, allora si nota un netto miglioramento, oltre che dell’umore, anche dell’attenzione e della memoria. Se, al contrario, con l’antidepressivo si ha un miglioramento dell’umore ma non delle capacità cognitive significa che il problema è più serio e dovuto probabilmente a una forma di demenza.
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