lunedì, 23 novembre 2020
Medinews
2 Giugno 2001

EMERGENZA DEPRESSIONE, PER GLI ANZIANI A RISCHIO TERAPIE MIRATE “IRROBUSTISCONO” IL CERVELLO

Nel campo delle neuroscienze si assiste oggi a una ‘rinascita’: quella della neuropsichiatria, disciplina ora pienamente rivalutata. “Non è più possibile operare una dicotomia arbitraria tra ‘malattia del cervello’ e ‘malattia della mente’ – afferma il prof. Francesco Monaco, direttore della Clinica neurologica dell’Università di Novara – la coesistenza di due patologie, una neurologica e una psichiatrica (depressione, ansia o disturbi comportamentali) è argomento di grande attualità. Anche perché la presenza contemporanea di disturbi neurologici e psichiatrici non è casuale, ma la malattia mentale è correlata patologicamente e biologicamente a quella neurologica. La depressione neurologica– conclude il prof. Monaco – non è quindi solamente una depressione reattiva all’evento”..
“Anche le malattie internistiche, quali quelle epatiche e renali – spiega il prof. Vincenzo Bonavita – pongono particolari problemi per la cura dell’ansia o della depressione”. Per curare la malattia in pazienti affetti anche da epatiti, cirrosi, stasi biliare, insufficienza renale è perciò necessario scegliere con attenzione il tipo di farmaco, il suo dosaggio, la durata della malattia, il rischio di effetti tossici e indesiderati. “Altre variabili da considerare – continua Bonavita – sono l’età del paziente, il sesso, lo stato di nutrizione, la presenza di malattie concomitanti all’ansia e alla depressione e le relative terapie che possono interferire con i farmaci utilizzati per la cura di ansia e depressione”.
Individuare terapie sempre più mirate, efficaci e con minori effetti collaterali è l’obiettivo che si pone oggi il medico, in particolare quando si trova di fronte a un anziano con più malattie contemporaneamente da trattare. Fortunatamente oggi è possibile scegliere tra molte armi a disposizione per curare anche i casi più complessi. “I farmaci antidepressivi utilizzati nella pratica clinica dalla fine degli anni 50, i cosiddetti triciclici – afferma il prof. Dario Grossi, neurologo all’Università di Napoli – sono stati la salvezza di medici e pazienti, cambiando la vita a moltissime persone. Tuttavia presentavano notevoli effetti collaterali, specie negli anziani; tra i più importanti quello anticolinergico che interferisce abbassando la soglia di attenzione e la memoria”. Questo fattore è particolarmente negativo quando si ha a che fare con anziani: si sa che con l’età si ha una riduzione dei processi cognitivi ed è di estrema inportanza mettere a punto terapie con abbiano influenza sulla memoria, sul sonno, sull’attenzione, oltre a non provocare disturbi cardiaci.”Nuovi farmaci come gli antagonisti del recupero della serotonina, un neuromediatore del sistema nervoso sono entrati nella pratica clinica all’inizio degli anni 90 – commenta il prof. Marco Onofrj, ordinario di neurologia all’Ospedale di Pescara –. Hanno lo stesso bersaglio dei triciclici ma, contrariamente a questi non determinano gli effetti collaterali di tipo anticolinergico, inoltre danno pochissimi effetti altri secondari e soprattutto non determinano assuefazione e non provocano i tipici problemi derivanti dalla sospensione della terapia. Un farmaco antidepressivo che agisce marcatamente sulla serotonina è la paroxetina”.
“Il cervello viene ‘irrobustito’ dall’assunzione di queste sostanze – conclude il prof. Grossi – e i pazienti, specie gli anziani, non solo non hanno nessun effetto negativo sulla cognitività dopo l’assunzione a di una singola dose, ma mostrano un miglioramento netto delle capacità mnesiche dopo sole 5 settimane di trattamento”.
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