Medinews
8 Dicembre 2001

SCOMPENSO CARDIACO E CARDIOMIOPATIA DILATATIVA

Lo scompenso cardiaco è una malattia comune. Anche se può insorgere a qualsiasi età, i problemi peggiorano in genere nell’arco di molti anni e per questo motivo lo scompenso compare prevalentemente nelle persone anziane. Si stima che 11% della popolazione occidentale sia affetta dalla patologia che rappresenta uno dei maggiori problemi di salute pubblica, vista l’alta morbilità, la mortalità e i costi del trattamento. I costi della terapia dello scompenso cardiaco superano quelli di qualunque altra patologia dell’anziano. Recenti stime economiche indicano infatti che, in Europa e negli Stati Uniti, la patologia è responsabile dell’ 1-2% delle spese sanitarie totali.

Le cause dello scompenso cardiaco
Lo scompenso può essere causato da numerose malattie e quindi il trattamento potrà essere diverso a seconda dell’origine della patologia. Il muscolo cardiaco può essersi indebolito per ipertensione arteriosa, ostruzione delle coronarie o altre malattie come la cardiomiopatia dilatativa. Oppure può diventare meno elastico a causa dell’età avanzata o per una pressione troppo alta e non tenuta sotto controllo; le valvole del cuore possono essersi ristrette o non ‘tenere’ più il flusso del sangue; il cuore può avere una malattia fin dalla nascita, ma che si è manifestata più tardi. In certi casi alcune di queste cause possono essere presenti contemporaneamente.


INDICAZIONI UTILI PER CHI SOFFRE DI SCOMPENSO CARDIACO

1) dieta: mantenere peso ideale, ridurre cibi contenenti colesterolo (tuorlo
d’uovo, pancetta, cervella, dolci molto ricchi, etc.)
2) esercizio fisico: consigliato regolare e moderato (confortevole per il paziente);
riposo a letto solo per brevi periodi in caso di scompenso acuto
3) alcol: eliminarlo totalmente; se ciò fosse veramente impossibile, solo quantità
molto moderate
4) fumo: indispensabile eliminarlo
5) vaccinazioni: influenza e pneumococco
6) liquidi (per le situazioni più gravi): limitarne l’assunzione a meno di due litri;
rivalutarne l’assunzione (e l’uso dei diuretici) in caso di estremo caldo, diarrea,
vomito, febbre


Diffusione
Grazie ai progressi della terapia, il prolungamento della sopravvivenza di pazienti affetti da svariate malattie cardiovascolari (post infarto, ipertensione arteriosa, etc.) e destinati altrimenti a morire, ha determinato un incremento epidemiologico dello scompenso: in Europa sono oltre 5 milioni le persone affette da questa patologia. Ogni anno si registrano da 3 a 20 nuovi casi ogni 1.000 abitanti. In Italia questa condizione affligge circa 600.000 persone, con una prevalenza di circa 20 casi ogni 1.000 abitanti. Sempre in Italia lo scompenso cresce con un ritmo di 87.000 nuovi casi all’anno, pari a un’incremento dell’incidenza del 0,2% all’anno. Questo valore cresce ulteriormente nella popolazione di età superiore a 65 anni, dove la malattia colpisce circa 130 persone su 1.000.

I costi
Un aspetto particolarmente negativo, sia per il paziente sia per i costi a carico della società, è l’elevata frequenza di ospedalizzazione e riospedalizzazione. In Italia un paziente su quattro fra quelli visitati una prima volta negli ambulatori dedicati allo scompenso delle varie divisioni di Cardiologia viene ospedalizzato o riospedalizzato entro un anno. Questa cifra sale al 40% se si considerano i pazienti che hanno uno scompenso medio–grave.

Il rischio
Il rischio di sviluppare uno scompenso cardiaco, che è relativamente basso nelle persone giovani, raddoppia successivamente ogni decade, in modo che circa il 6-8% della popolazione più anziana soffre scompenso. Rispetto agli europei, gli afro-americani sono a rischio maggiore, con una frequenza di ospedalizzazione per scompenso cardiaco più alta da 2 a 3 volte ad un’età minore di 60 anni, e circa 1,5 volte dopo i 60 anni.

I fattori di rischio
L’ipertensione è il fattore di rischio più importante per lo sviluppo di scompenso cardiaco. Numerosi studi documentano che circa 2/3 dei pazienti con scompenso (SCC) hanno sofferto di ipertensione. Framingham ha dimostrato che i maschi ipertesi avevano il doppio del rischio di sviluppare scompenso, e che le donne ipertese avevano un rischio 3 volte più elevato.
Altri fattori di rischio che contribuiscono allo sviluppo di SCC sono: l’angina pectoris, il diabete, l’ipertrofia ventricolare sinistra (IVS), l’infarto miocardico (IMA) e le valvulopatie. La tabella alla pagina seguente illustra il rischio relativo* di questi fattori, distribuiti tra uomini e donne.



Prevenzione e terapia
Sulla base di questi meccanismi, la prevenzione o il trattamento precoce dell’ipertensione sono necessarie per diminuire la probabilità di sviluppo di scompenso cardiaco. Oltre a trattare e gestire l’ipertensione, ci sono altre opportunità per interrompere l’effetto domino di eventi che porta allo scompenso, compreso il controllo di altri fattori di rischio, come l’obesità, il diabete e il fumo.
Per quanto concerne la terapia farmacologia, è stato dimostrato che i betabloccanti prolungano la sopravvivenza dei pazienti con scompenso cardiaco anche grave, mentre l’aggiunta alla terapia “classica” (digitale, diuretici, ACE-inibitori) di una nuova classe di farmaci (gli antagonisti recettoriali dell’angiotensina) riduce le ospedalizzazioni.

Terapia elettrica per lo scompenso cardiaco
Circa il 20% dei pazienti affetti da scompenso cardiaco presenta, all’elettrocardiogramma, un “blocco di branca sinistra”, in altri termini un ritardo della conduzione intracardiaca dello stimolo elettrico. Si tratta di un’informazione nota da tempo. Solo recentemente, però, il blocco di branca è diventato anche il bersaglio diretto di alcuni interventi terapeutici. E’ il concetto di terapia elettrica dello scompenso o, per meglio dire, di resincronizzazione ventricolare. In pratica, nei pazienti in cui il ritardo di conduzione elettrica ha certe caratteristiche, viene impiantato un pace-maker che stimola contemporaneamente i due ventricoli (non solo il ventricolo destro come normalmente avviene con i tradizionali pace-maker). Ciò consente di eliminare o di attenuare il disturbo elettrico, migliorando sensibilmente la capacità del ventricolo sinistro di contrarsi. E’ attualmente oggetto di discussione e di studio in che misura questa nuova tecnica sia in grado di migliorare non solo l’efficienza della pompa cardiaca ma anche i sintomi dei pazienti e la loro sopravvivenza.

Scompenso cardiaco e trapianto di cellule muscolari autologhe
L’ultima soluzione per la cura dello scompenso cardiaco secondario è rappresentata dal trapianto cardiaco. Recentemente, è stata prospettata la possibilità di effettuare un trapianto o autotrapianto di cellule muscolari prelevate da un muscolo del paziente per innestarle nel miocardio attraverso una tecnica chirurgica o percutanea. Negli animali le cellule muscolari striate reimpiantate sono in grado di sopravvivere e di acquistare in due o tre settimane caratteristiche funzionali simili alle cellule muscolari cardiache. Tali risultati confortanti hanno motivato l’inizio di sperimentazioni umane. Attualmente, l’impianto di cellule muscolari striate nel miocardio è stato effettuato su un gruppo ristretto di pazienti negli Stati Uniti e in Francia. Si è comunque ancora realmente agli albori.

La cardiomiopatia dilatativa
E’ una delle più frequenti cause di scompenso cardiaco in età giovanile nonché la seconda causa di trapianto cardiaco nel mondo. In più di un terzo dei casi ha una trasmissione familiare: una percentuale decisamente superiore a quanto si ritenesse in passato. La malattia si caratterizza per il progressivo “indebolimento” del muscolo cardiaco con dilatazione e riduzione della capacità di contrarsi. La consapevolezza della frequente base familiare, e quindi genetica, della malattia sta stimolando numerose ricerche atte a definire quale sia il gene coinvolto. Il gruppo di studio sullo scompenso cardiaco della SIC ha recentemente varato un progetto di ricerca basato sulla istituzione di una banca di DNA genomico, in cui confluiscono prelievi di sangue di pazienti di molti centri italiani. La banca si sta istituendo presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale e di Patologia dell’Università La Sapienza di Roma ma è al servizio di tutti gli altri centri coinvolti nel progetto, che potranno utilizzare il materiale genetico a fini di ricerca.

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