giovedì, 26 novembre 2020
Medinews
8 Dicembre 2001

DOPO L’INFARTO, IL CUORE RITORNA BAMBINO

Le cellule cardiache, le uniche nell’organismo adulto a non suicidarsi,
di fronte ad un insulto esterno riprendono il ciclo vita – morte fetale

“L’obiettivo ora – aggiunge Chiariello – è quello di bloccare il ripristino del programma genico che fa ritornare la cellula a livello embrionale, riducendo la progressione verso lo scompenso cardiaco, aumentando così le aspettative di vita dei pazienti, attraverso l’utilizzo di molecole anti-ormonali e anti-citochiniche”. Contemporaneamente i ricercatori sono orientati a ripristinare queste cellule che si suicidano con altre nuove, indifferenziate: le cellule staminali, cellule anch’esse bambine e per questo capaci di crescere e, forse, di diventare dei veri e propri miociti, in grado di riparare il guasto, guarendo il paziente. “Recenti esperimenti – prosegue il presidente della SIC – hanno dimostrato che l’iniezione di cellule staminali potenzialmente in grado di diventare cellule muscolari complete nei topi a cui era stato procurato un infarto porta alla nascita di nuovo tessuto cardiaco funzionante. Ciò ci fa vedere la concreta possibilità di rimpiazzare porzioni di cuore e anche di interi cuori ormai malandati attraverso l’iniezione di cellule staminali”. Sarà dunque possibile non solo curare il cuore con i farmaci ma ‘ripararlo’ biologicamente.
Le novità in tema di infarto non riguardano solo le strategie terapeutiche ma anche lo stesso modo di definire la malattia. “Da poco tempo – afferma il prof. Attilio Maseri, Direttore dipartimento di Cardiologia e Cardiochirurgia, Università Ospedale San Raffaele di Milano – è possibile dosare nel sangue circolante un enzima, la troponina, vera e propria spia che ci svela infarti anche minimi in grado di evolvere verso guai maggiori. Così possiamo diagnosticare infarti molto piccoli che non compromettono la funzionalità del cuore ma indicano una possibile evoluzione verso l’infarto conclamato nelle settimane e nei mesi successivi. Questo viene indicato dalle recentissime linee guida delle Società americana ed europea di cardiologia”.
Ma dal congresso di Roma i cardiologi lanciano un appello. Non abbassare la guardia in tema di prevenzione, che rimane la vera arma per vincere le malattie cardiovascolari: niente fumo, sì ad una costante attività fisica, attenzione alla dieta, soprattutto se si hanno genitori già colpiti da queste patologie e se si è diabetici.
“Più della metà delle persone con la pressione arteriosa alta – afferma il prof. Paolo Rizzon, dell’Università di Bari – non sa di essere ipertesa e solo un quarto si cura in maniera efficace, cioè con terapie che riportano la pressione a valori ottimali”.
Prevenzione nei Paesi ricchi, ma attenzione anche al Terzo mondo. “Già oggi nell’Africa Sub Sahariana – conclude il prof. Chiariello – l’ipertensione è la principale malattia non trasmissibile, causa di ictus, scompenso e infarto. In Mozambico l’ipertensione colpisce più del 20% della popolazione ed è la prima causa di morbilità e mortalità in chi ha più di 45 anni. La SIC ha quindi deciso di potenziare la capacità dei servizi sanitari locali nel campo della diagnosi, cura e soprattutto prevenzione delle malattia cardiovascolari, attraverso l’attivazione di partnership con organizzazioni non governative che si occupano di cooperazione nel continente africano. Per il 2002 la SIC ha già stipulato convenzioni con St. Mary’s Lacor Hospital di Gulu in Uganda e con la facoltà di medicina di Maputo in Mozambico in cui presteranno la loro opera per 4 mesi un gruppo di medici italiani”.
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