martedì, 27 ottobre 2020
Medinews
18 Febbraio 2000

IARDINO: “NESSUNO ASSUME I SIEROPOSITIVI”

Denuncia dell’Anlaids Lombardia sulle troppe discriminazioni subite
Appello al Governo perché venga modificata la legge che oggi consente
al datore di lavoro di richiedere il test dell’Hiv insieme agli altri esami sanitari

Perché questo convegno?
Per il terzo anno consecutivo abbiamo organizzato questo incontro pubblico in quanto riteniamo che oggi più che mai sia necessario non abbassare la guardia nei confronti dell’Hiv, mantenendo alto il livello di comunicazione e di informazione. Perché dico questo? Analizzando la situazione in Lombardia abbiamo notato alcune contraddizioni preoccupanti. Se da un lato, infatti, le terapie di combinazione hanno ridotto sensibilmente le morti di Aids e consentono alle persone con Hiv di vivere bene, dall’altro stanno purtroppo emergendo sempre più prepotentemente problemi di natura fisica e sociale.

Quali sono questi problemi?
In primo luogo gli effetti collaterali dei farmaci, che stanno causando lipodistrofia, problemi epatici, pancreatiti. Oltre il 60% delle persone con Hiv, inoltre, ha avuto o ha l’epatite C. Ma ciò che preoccupa maggiormente sono le condizioni di vita sociale delle persone con Hiv. Come dicevo prima, le terapie consentono di stare bene e di poter rientrare a tutti gli effetti nel mondo lavorativo. Questo però non succede quasi mai perché nessuno assume un sieropositivo e non c’è alcun servizio che aiuti queste persone a trovare un lavoro. Non solo, molti ragazzi, proprio perché le loro condizioni di salute sono migliorate, vivono nel terrore di vedersi togliere le 360.000 lire al mese di pensione di invalidità civile, che per la quasi totalità rimane l’unica, minima, fonte di guadagno.

Vuol dire che i sieropositivi vengono discriminati?
In molti casi le persone non vengono assunte proprio per la loro condizione di sieropositività. La legge infatti vieta esplicitamente la discriminazione e il licenziamento, ma non impedisce al datore di lavoro di richiedere ai candidati al posto di presentare, tra gli esami sanitari, anche il risultato del test dell’Hiv. Chi si rifiuta si autoesclude da solo, chi invece segue le direttive e presenta il risultato di sieropositività – alcuni tra l’altro hanno scoperto di essere positivi proprio in questo modo – viene respinto con motivazioni tipo, non adatto psicologicamente a svolgere le mansioni richieste.

Come Anlaids cosa intendete fare su questo fronte?
A dicembre avevamo chiesto e ottenuto un tavolo di concertazione con i ministri della Sanità, del Lavoro e degli Affari Sociali. Poi è caduto il governo e non abbiamo saputo più nulla. Noi ribadiamo comunque la nostra richiesta, che venga cioè vietato per legge di dover presentare a qualsiasi azienda il test dell’Hiv insieme alla domanda di assunzione.

Dal vostro osservatorio, qual è la situazione dell’infezione a Milano?
A Milano stiamo registrando un aumento dei casi, sia tra i giovani, sia nella fascia d’età tra i 40 e i 50 anni. L’altro dato preoccupante l’abbiamo riscontrato andando nelle scuole: la maggioranza dei ragazzi è convinta che il problema Aids sia risolto. Che l’Hiv sia curabile come una qualsiasi altra patologia. Non riescono a distinguere che una cosa è prendersi una tantum la pasticca per il mal di testa, altra è sottostare ad un regime terapeutico severo e a tratti impossibile. Vivere con il virus nel sangue, non solo per lo stigma sociale, ma anche fisicamente, è completamente diverso che vivere senza. E questa, secondo me, è la grossa sconfitta dei farmaci.
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