sabato, 31 luglio 2021
Medinews
9 Febbraio 2000

EPATITE B, NUOVE TERAPIE CONTRO LA CIRROSI

Una molecola nata per combattere l’Aids è risultata efficace nel bloccare l’infezione e ridurre le complicanze della malattia. Anche nei trapiantati

. Se è vero infatti che nel nostro Paese l’introduzione della vaccinazione obbligatoria e le mutate condizioni igienico sanitarie generali hanno contribuito in modo sostanziale ad abbassare il livello di endemia (negli ultimi 15 anni si è passati dai 12 casi ogni 100.000 abitanti/anno a 3 casi ogni 100.000), è altrettanto vero che i cambiamenti sociali in atto, i flussi migratori da zone ad alto rischio, i viaggi e soprattutto l’emergere di ceppi mutanti del virus consigliano di tenere alto il livello di attenzione. Alcuni di questi ceppi – i cosiddetti e-difettivi – hanno avuto proprio nell’area mediterranea una straordinaria diffusione. Ma dall’Aids viene una nuova arma contro l’infezione: la lamivudina, molecola usata con successo da centinaia di migliaia di pazienti colpiti dall’Hiv, si è dimostrata efficace nel bloccare e inibire la replicazione del virus, riducendo significativamente la percentuale di pazienti che diventano cronici o si ammalano di tumore. Di epatite B e di questa nuova arma terapeutica si discute oggi e domani a Roma nel corso del convegn “Un nuovo approccio clinico e terapeutico al paziente con epatite cronica B”, a cui intervengono alcuni tra i massimi esperti della materia.
Il virus HBV responsabile dell’epatite B, isolato nel sangue, nel liquido seminale e nella saliva, viene trasmesso principalmente attraverso trasfusioni, rapporti sessuali (viene oggi considerata una delle più tembili malattie a trasmissione sessuale) e trapianti d’organo. Gli esperti calcolano che dal 16 al 40% dei partner di persone affette da epatite cronica contrae l’infezione, mentre il 5-10% degli adulti e il 90% dei neonati infettati dall’HBV cronicizza la malattia. Nella maggior parte dei casi, l’epatite B non presenta sintomi con il rischio di cronicizzazione, che porta nel 30% dei casi alla cirrosi epatica e nel 25% alla comparsa di un cancro del fegato. “E’ importante ricordare – afferma il prof. Felice Piccinino, presidente della Società Italiana di Malattie Infettive – che il 15-20% di tutti i pazienti con epatite cronica e cirrosi è portatore del virus B e rappresenta quindi una notevole fonte di contagio. Nemmeno poi l’aderenza alla vaccinazione obbligatoria è stata del tutto soddisfacente, in particolar modo nell’Italia meridionale, dove solo il 70% della popolazione si è vaccinata, contro il 90% dei residenti al nord Altro problema – prosegue il prof. Piccinino – sono i ceppi mutanti ‘e difettivi’ che risultano molto più resistenti alle terapie antivirali. La terapia con interferone è infatti efficace solo durante il periodo di cura, ma alla sua sospensione l’infezione e la malattia recidivano nella quasi totalità dei casi”. Una situazione che non va trascurata, dunque. Tanto più che, come spiega il prof. Massimo Levrero, del Dipartimento di Scienze Internistiche dell’Università di Cagliari, proprio “la variante virale HBe-minus è attualmente la più frequente in Italia (il 70-80% delle persone con epatite cronica da virus B), è generalmente più grave della forma HBeAg positiva ed è da sola la causa di almeno il 6-8% del totale delle cirrosi”.
Per contrastare il diffondersi di questa forma mutante, che la terapia con interferone riesce a curare nel 5-10% dei casi, gli esperti hanno sperimentato con successo la lamivudina, farmaco antivirale utilizzato anche nei cocktail anti Hiv. “L’efficacia della lamivudina nella cura dell’epatite B mutante – spiega il prof. Antonio Craxì, ordinario di Medicina Interna all’Università di Palermo – è stata ormai ampiamente accertata. Molti studi dimostrano che il 40-50% delle persone che ricevono il trattamento con la lamivudina ottiene una stabile e duratura inibizione della replicazione del virus. Non solo: la lamivudina – prosegue il prof. Craxì – ha soprattutto mostrato una straordinaria innocuità: se con l’interferone la percentuale di sospensioni della terapia per intolleranza o per effetti collaterali era del 10-15%, con la lamivudina è inferiore al 2-3%. Altro punto di notevole rilievo è che la lamivudina può essere somministrata anche ai pazienti con cirrosi in fase avanzata. In questi casi una terapia antivirale efficace può significare la differenza fra un’ulteriore progressione di malattia verso l’insufficienza epatica e quindi la morte ed un ritorno ad una classe funzionale accettabile. In questo senso vi sono esperienze iniziali piuttosto promettenti. Nel mio Istituto stiamo sperimentando l’uso della lamivudina nella cirrosi in fase avanzata e direi che nella quasi totalità dei pazienti trattati è stato possibile ottenere un arresto della progressione della malattia e in alcuni casi un miglioramento talmente netto da ovviare alla necessità di un trapianto epatico”.
L’uso della lamivudina ha infine rivoluzionato le prospettive di trapianto nei pazienti con epatopatia da virus HBV. “Nel paziente non trattato – sostiene il prof. Mario Rizzetto, responsabile del Dipartimento medico chirurgico delle malattie dell’apparato digerente e della nutrizione del S. Giovanni Battista di Torino – il rischio spontaneo di reinfezione nell’innesto epatico è molto elevato, causato dal virus che circola nel sangue o è annidato in sedi extraepatiche. Per il suo potere inibitorio sull’HBV, la somministrazione preventiva di lamivudina consente di portare la maggior parte dei portatori di HBV all’atto operatorio con viremie bassissime, tali da garantire il minimo rischio di reinfezione dell’innesto epatico. Nell’esperienza di Torino nessuno dei 31 riceventi HBV-DNA positivi ha riavuto la malattia dopo il trattamento pre e post trapianto con LAM (e profilassi post-trapianto con immunoglobuline anti-HBs), contro un’attesa di recrudescenza del 60% senza lamivudina”.
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