lunedì, 4 maggio 2026
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20 Aprile 2009

TRATTAMENTO PIÙ AGGRESSIVO E PROGNOSI NEL CANCRO ALLA VESCICA IN STADIO PRECOCE

Uno studio recentemente pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute (leggi abstract originale) mostra che un trattamento più aggressivo del cancro alla vescica in fase precoce non prolunga la sopravvivenza o evita successive procedure intensive. Negli Stati Uniti, il cancro alla vescica è trattato con le cure più aggressive e costose, ed in assenza di evidenza che guidi le scelte terapeutiche gli urologi possono ampiamente variare il grado di intensità del trattamento della malattia in stadio precoce. I ricercatori dell’Università del Michigan ad Ann Arbor hanno utilizzato i database del Surveillance, Epidemiology, and End Results e Medicare per identificare i pazienti con diagnosi di cancro alla vescica in stadio precoce tra gennaio 1992 e dicembre 2002 (n = 20713) e il medico (‘provider’) responsabile del loro trattamento (n = 940). Hanno quindi selezionato i ‘provider’ in relazione all’intensità del trattamento somministrato ai pazienti, in termini di costi registrati in Medicare nei primi 2 anni dalla diagnosi, e li hanno suddivisi equamente in quattro gruppi. Sono state quindi determinate le associazioni tra intensità di trattamento e prognosi, inclusa la sopravvivenza a dicembre 2005 e la necessità di successivi trattamenti intensivi. La spesa media per paziente supportata da Medicare per i ‘provider’ nel quartile più alto (per intensità di trattamento) era più del doppio di quella nel quartile più basso (rispettivamente 7131$ vs 2830$). I ‘provider’ di trattamento ad alta intensità hanno più frequentemente utilizzato controlli endoscopici, terapie intravescicali e metodiche strumentali rispetto a quelli che fornivano trattamenti a bassa intensità. Tuttavia, l’intensità del trattamento iniziale non era associata a più basso rischio di mortalità (hazard ratio di morte per ogni causa nei pazienti sottoposti a trattamento a bassa vs alta intensità = 1.03; intervallo di confidenza: 0.97-1.09) e il trattamento intensivo iniziale non ha evitato l’utilizzo di altri interventi in una fase successiva. Infatti, una più alta proporzione di pazienti sottoposti a trattamenti più intensivi era maggiormente soggetta successivamente a interventi maggiori rispetto a quelli con trattamenti a bassa intensità (11% vs 6.4%; p = 0.02).
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