lunedì, 4 maggio 2026
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31 Maggio 2002

“L’IMPERATIVO DEI MEDICI DI FAMIGLIA? FAR EMERGERE IL SOMMERSO”

I problemi dei sieropositivi sono infatti gli stessi che la scienza in generale pone alla professione: l’attenzione alla prevenzione, all’uomo, la capacità di comunicare, di essere un buon clinico, di conoscere l’uso corretto dei farmaci e di utilizzarli in maniera adeguata. Purtroppo – malgrado un’opera di sensibilizzazione sia da parte del Ministero che della SIMG con alcuni corsi specifici – la categoria sconta ancora retaggi del passato, quando il malato di AIDS era ritenuto un paziente sgradito. Sgradito perché questa infezione era collegata alla droga e all’omosessualità e perché rappresentava un problema complesso in quanto introduceva il medico in un mondo a lui sconosciuto, con implicazioni cliniche, relazionali, di scelta o di non scelta terapeutica, di conoscenze di nuove patologie di difficile inquadramento e riconoscimento, di counselling con persone o famiglie spesso difficili. Questo per dire che siamo ancora lontani da una situazione discreta.
I corsi svolti finora non hanno raggiunto nemmeno il 10% della popolazione medica. Il che significa che possiamo ritenere formati più o meno 5.000 dei 47.000 medici del territorio. Troppo pochi, soprattutto se si considera che parliamo di una malattia che evolve e si modifica velocemente, per cui il bagaglio di conoscenze va continuamente mantenuto e aggiornato.
Oggi, inoltre, il medico di medicina generale è chiamato ad un altro compito di estrema rilevanza: far emergere il sommerso. I dati parlano chiaro: nel nostro Paese, come del resto in tutto l’Occidente industrializzato, vi sono decine di migliaia di persone che non sanno di essere entrate in contatto con il virus. Si sono infettate nei modi più diversi, ma in primo luogo attraverso rapporti eterosessuali considerati “normali” e “poco pericolosi”. Ignorano di essere sieropositivi e permangono per anni nello stato di latenza clinica. Sono proprio queste persone che rischiano, da una parte di arrivare all’osservazione medica in uno stadio già avanzato della malattia, dall’altra di essere fonte di un numero notevole di nuovi contagi. Secondo la letteratura, infatti, solo il 50% degli HIV positivi conosce il proprio stato.
Il medico di medicina generale, per la sua funzione, per il rapporto che stabilisce anno dopo anno con i propri pazienti, per la fiducia che gode tra gli assistiti, può e deve convincere le persone a rischio ad effettuare il test. Ciascun medico di famiglia conosce alcuni assistiti che hanno comportamenti a rischio, che presentano piccoli sintomi premonitori, che confessano di avere avuto rapporti occasionali non protetti, magari di non sentirsi bene da tempo. Bene, se con un adeguato counselling il medico convincesse queste persone a sottoporsi al test, spiegando loro che esistono tutte le garanzie dell’anonimato, che i centri dove effettuarlo sono estremamente diffusi sul territorio, che anche in caso di sieropositività l’aspettativa di vita è significativa, che è molto meglio accorgersi all’inizio dell’avvenuta infezione piuttosto che intervenire quando ormai l’organismo è minato dal virus, allora ciascuno di noi svolgerebbe per intero il suo ruolo.
Per mettere in pratica questi auspici, la SIMG ha programmato una nuova iniziativa nazionale di formazione con l’obiettivo prioritario di “fare il punto” sulle mutate condizioni di diffusione della malattia e di riflettere sugli interventi possibili in medicina generale, L’occasione sarà propizia anche per discutere brevemente dei problemi correlati all’effettuazione dell’anamnesi sessuale, che dovrebbe diventare un aspetto usuale e diffuso nella medicina generale. Il secondo grande obiettivo è di aggiornare le conoscenze sulle strategie terapeutiche dedicando la dovuta attenzione al controllo e al trattamento degli eventi avversi da farmaci, allo scopo di migliorare la compliance dei pazienti ed essere in grado di gestire i loro comuni problemi di salute.
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