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22 Dicembre 2008

SCREENING TUMORI PER 3,5 MLN DI ITALIANI, MA RESTA DIVARIO NORD-SUD

Circa 8 milioni di lettere di invito spedite in tutta Italia nel 2007. E 3,5 milioni di partecipanti effettivi agli screening per il tumore alla mammella, al collo dell’utero e al colon-retto. Il bilancio della guerra preventiva al cancro è firmato dell’Osservatorio nazionale screening, in un convegno sul tema, organizzato con la Regione Lombardia per fare il punto sul reale coinvolgimento degli italiani nell’attività di diagnosi precoce. Un fronte sul quale il Paese si spacca. Il gap tra Nord e Sud, infatti, resiste per il cancro alla mammella (dove la percentuale di donne tra i 50 e i 69 anni invitate a fare l’esame varia dal 75-80% di Nord e Centro al 27% registrato nel Sud Italia). E raggiunge la punta di massima criticità nello screening colorettale. L’esame per questo carcinoma viene proposto a donne e uomini tra 50 e 70 anni. Ma se al Nord è oltre il 60% della popolazione target ad essere coinvolta, nel Centro la percentuale scende al 30% e crolla vertiginosamente al Sud, dove l’attività di diagnosi precoce interessa meno del 2% di chi ne ha effettivamente diritto. Al netto delle profonde differenze regionali, oltre il 48% del territorio nazionale risulta coperto dallo screening per questa patologia. Mentre la diagnosi precoce per il tumore al seno coinvolge il 61,7% delle italiane in età da mammografia. Meno marcate le disomogeneità per quanto riguarda il pap test. L’invito a effettuarlo ha raggiunto il 54,8% delle italiane fra i 25 e i 64 anni. E risulta coperto da programmi di screening della cervice uterina il 65% del Nord, il 91,9% del Centro e il 68,7% del Sud. Il risultato finale è che nel 2007 le persone ‘passate al setaccio’ sono state circa 1,2 milioni per lo screening mammografico, 1,2 per lo screening cervicale e 1,1 per quello colorettale. Una corsa contro il tempo per stanare i tumori il più presto possibile e avere più chance di curarli con terapie meno invasive e con prospettive di guarigione elevate. Uno dei motivi per cui le Regioni stanno investendo massicciamente sui programmi di diagnosi precoce per questi tipi di cancro è proprio la capacità scientificamente dimostrata di ridurre le morti e la comparsa di nuove neoplasie. La letteratura è florida soprattutto in relazione al cancro alla mammella, per il quale lo screening è ‘anziano’. Lo studio Impatto ha dimostrato che l’aver attivato il programma ha determinato per la popolazione invitata una diminuzione del rischio di morire per tumore al seno pari al 25% (e pari al 50% per le donne che vi partecipano con costanza). E anche la sovradiagnosi, tanto temuta dagli esperti, non supera il 5% dei casi. Senza dimenticare il risparmio in termini di spesa sanitaria evitata. Attraverso questi programmi che si sono diffusi sempre di più dal 2000 a oggi, ha ricordato Marco Zappa dell’Osservatorio nazionale screening, “solo nel 2007 sono stati individuati e trattati a livello nazionale 5.800 carcinomi della mammella, 3.300 lesioni della cervice uterina, 2.800 carcinomi e 13.100 adenomi avanzati del colon-retto”. Con il monitoraggio continuo, ha proseguito l’esperto, “ci siamo resi conto che alcuni programmi non funzionano al meglio. Vuoi per la scarsa fiducia nelle istituzioni locali, vuoi per le performance dei controlli non adeguate agli standard. Spetta alle singole amministrazioni regionali raccogliere i nostri suggerimenti e mettere a punto dei correttivi”. A livello centrale, intanto, “stiamo cercando di far arrivare alla popolazione il messaggio che lo screening promosso nell’ambito di questi programmi ha una qualità certificata”. Un altro problema è infatti che un certo numero di test ed esami sfugge al censimento, in quanto non sono pochi gli italiani che si rivolgono ai privati. “C’è ancora da lavorare sul livello di partecipazione”, ha aggiunto l’esperto. Un indicatore che può essere valutato varcando i confini nazionali. Si stima che nei Paesi dell’Unione vengano effettuati 55 milioni di esami di screening ogni anno. “Ma ci sono alcuni Stati, come l’Olanda, in cui la cultura dello screening è molto più diffusa. L’Italia deve aspirare a raggiungere le loro percentuali di adesione”, ha concluso Zappa.
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