domenica, 3 maggio 2026
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13 Marzo 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. CARLO GRASSI

Oggi la pneumologia è una delle specialità più affermate, sia per quanto concerne gli aspetti clinici, sia per la ricerca. Nell’evoluzione della materia dobbiamo tener conto di un fatto fondamentale: la drastica diminuzione della mortalità delle infezioni respiratorie soprattutto nel primo anno di vita, ma anche nell’adulto e nell’anziano. Questo ha creato i presupposti del diffondersi di una patologia ad andamento cronicizzante: da un lato sono diminuite le polmoniti e hanno acquisito maggiore importanza i quadri di bronchite cronica e di enfisema, che caratterizzano appunto le patologie croniche della pneumologia.
Nel corso del secolo c’è stato inoltre un notevole progresso tecnologico nella diagnosi delle malattie respiratorie – e non solo sul piano funzionale, ma anche su quello del laboratorio di ematochimica e di batteriologia – così come si è assistito ad un passo in avanti in campo terapeutico: i medicamenti di cui disponiamo oggi su larga scala erano praticamente sconosciuti fino a qualche decennio fa. Basti pensare agli antibiotici, ai farmaci che modificano il calibro bronchiale, agli antiallergici, ai farmaci del respiro e così via.
Parlando di patologie respiratorie non possiamo poi non tenere in considerazione le profonde modificazioni che ha subito la popolazione: mi riferisco in particolare all’innalzamento dell’aspettativa di vita, che nel corso del secolo si è praticamente raddoppiata, ma anche alla presenza di molte persone con un sistema immunitario compromesso. Iimmunodepressione provocata sia dall’Aids sia dall’impiego di alcuni farmaci, tra i quali gli antitumorali, o dall’innesto di protesi, che implicano la modificazione di quella che è la struttura normale dell’organismo, rendendolo più aggredibile e necessario di cure.
Sempre per quanto riguarda i cambiamenti strutturali della popolazione, un discorso a parte merita la tubercolosi, una patologia di ritorno che nel 1999 ha provocato il numero più alto di morti dall’epoca della scoperta del bacillo di Koch (1882). Oggi, data la facilità di movimenti migratori, si spostano verso i Paesi industrializzati, provenendo da aree considerate le riserve mondiali di tubercolosi (l’India è l’esempio paradigmatico), migliaia di persone malate, o più sensibili alla malattia. Di conseguenza aumenta il rischio di contagio. Un rischio che sale esponenzialmente, perché i nuovi bacilli si sono dimostrati resistenti ai farmaci che nei Paesi industrializzati hanno dominato la tubercolosi. Si riproducono quindi nuovi focolai non controllabili con la terapia tradizionale che costituiscono un serio pericolo: un malato di tubercolosi aperta ha infatti la possibilità di contagiare 12 persone.
Negli ultimi anni anche in Italia si è fermata la curva discendente della malattia, si è cioè bloccato il trend di diminuzione che si era registrato negli anni Novanta. Personalmente sono comunque convinto che non debelleremo mai la tubercolosi con i medicamenti, ma riusciremo a controllarla nei paesi endemici solo con un vaccino che abbia grande potenza immunitaria e scarsa tossicità.
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