venerdì, 17 aprile 2026
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1 Marzo 2001

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. ROBERTO MARCOLONGO

Di fronte ad un processo fisiologico legato all’età, l’atteggiamento del medico e dei pazienti era di tipo rinunciatario: negli ultimi 10-15 anni, però, si è scoperto che l’artrosi è una vera malattia legata ad alterazioni profonde nel metabolismo della cartilagine che nulla ha a che vedere con l’invecchiamento: sappiamo infatti da studi americani che l’artrosi comincia a 30 anni. Negli Usa, infatti, dove l’autopsia viene svolta su tutte le persone decedute, nei trentenni si notano i primi scompensi cartilaginei, anche radiologicamente. Naturalmente la sintomatologia appare molto più tardi, essendo l’artrosi una malattia lentissima nella sua progressione.
Questa “rivoluzione” culturale non è ancora abbastanza diffusa in Italia, nei mass media e nella classe medica, anche se si sta affermando un concetto nuovo: la necessità di compiere tutti i tentativi possibili per prevenire e curare l’artrosi, eseguendo screening ad una età in cui il progresso della malattia sia ancora arrestabile.
In un programma sanitario efficiente dovrebbe esistere una “politica delle patologie” da seguire: i paesi più avanzati, secondo le indicazioni dell’OMS, generalmente danno la priorità alle malattie a più larga diffusione e prevalenza, a quelle più costose dal punto di vista economico e sociale che comportano un alto rischio di invalidità, assenze dal lavoro, pensionamento anticipato. Una scelta politica di questo genere dovrebbe comprendere l’individuazione dei fattori di rischio e la loro eliminazione per ritardare gli esiti invalidanti o rendere meno severa la forma e la gravità della malattia.
Tutto questo manca in Italia dove la realtà è costituita spessissimo da malati che arrivano con anni e anni di ritardo all’osservazione clinica, quando l’artrosi è diventata troppo grave a livello delle varie articolazioni.
Oggi, tuttavia, esistono segnali positivi nel settore, una sorta di risveglio dell’interesse sull’artrosi: sulle riviste scientifiche americane o anglosassoni si può notare che, contrariamente a qualche anno fa, il numero di ricerche sull’argomento è diventato pari a quello di altre malattie “più nobili” come l’artrite reumatoide o le malattie del connettivo. Questo interesse è dettato da una serie di considerazioni: l’artrosi è una patologia talmente diffusa, costosa, invalidante che va studiata sul piano scientifico per trovare le soluzioni terapeutiche e preventive adatte a ridurre le dimensioni del fenomeno. Senza ricerca epidemiologica e senza dati sui fattori di rischio non si potranno prendere provvedimenti di massa sul piano operativo.

L’Oms ha dichiarato il decennio 2000-2010 la ‘decade delle malattie osteoarticolari’, sottolineando che per combattere una malattia di massa ci vogliono strumenti organizzativo-politici più che scientifici, un’opera di informazione a livello della popolazione e dei mass-media per far sì che i pazienti accedano precocemente ai centri specialistici. Il nemico da combattere, che porta al fallimento di qualsiasi terapia e di tutto il programma della decade dell’OMS, è l’atteggiamento rinunciatario o l’ignoranza nei confronti della malattia.
La decade fornisce gli strumenti, invita tutti i governi, le organizzazioni – anche quelle dei malati – ad unirsi per valutare le dimensioni del fenomeno, i fattori di rischio, le categorie di lavoratori più soggetti a particolari tipi di artrosi, le misure da adottare sul piano della prevenzione, della terapia, del monitoraggio dei farmaci.
Gli obiettivi indicati nella decade sono estremamente precisi tanto che, per la prima volta nella storia della sanità, ha avuto anche il patrocinio dell’ONU.
È una occasione irripetibile per sbloccare sul piano educativo iniziative e per avere dati da fornire alle regioni e ai governi, enti che non hanno mai preso provvedimenti perché non è stato mai fornito loro alcun dato preciso sui costi, sulla dimensione del fenomeno, sulla qualità di vita dei pazienti colpiti da artrosi.
La collaborazione tra medici di medicina generale e specialisti è essenziale: se si tratta di combattere una malattia infettiva rara bastano i centri specialistici, ma se ci sono patologie (non solo artrosi ma anche ipertensione e diabete) così diffuse e che durano decenni, è impensabile che i centri specialistici da soli siano in grado di combatterle.
Per questo motivo e in quest’ottica partirà entro l’anno il Progetto Artrosi Italia, basato su un approccio educazionale e operativo-collaborativo con i medici di base, asse portante per rivoluzionare l’atteggiamento terapeutico e diagnostico nei confronti dell’artrosi. Saranno coinvolti una cinquantina di centri specializzati, oltre a quelli inseriti nelle divisioni di medicina interna con attività ambulatoriale ed i day hospital. Si tratta di un progetto di estremo interesse che consentirà anche di quantificare con maggior precisione il numero dei malati italiani.
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