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17 Maggio 2002

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. ALBERTO PUPI

Per diagnosticare la malattia di Parkinson oggi abbiamo a disposizione un esame sofisticato in grado di determinare la quantità di cellule del cervello che producono dopamina. Il suo nome è Tomografia per Emissione (SPECT, dall’inglese Single Photon Emission Tomography) dei recettori del sistema dopaminergico. Viene eseguito nei Centri di Medicina Nucleare che sono maggiormente specializzati nell’esecuzione delle indagini di neurologia nucleare. Frutto di un’intensa collaborazione con il Reparto di Neurologia e di Neurochirurgia, l’esperienza in questo settore della Medicina Nucleare dell’Ospedale di Careggi si sta estendendo anche a questa indagine.
Il centro fiorentino è stato infatti tra i primi in Italia ad applicare questa nuova metodica, inizialmente all’interno di un protocollo sperimentale e poi nell’ambito di un regolare iter diagnostico. Dallo scorso mese di febbraio sono stati sottoposti a questo esame 15 pazienti, e si è già formata una consistente lista di casi provenienti anche da altre Regioni.
I pazienti si presentano indirizzati dal neurologo o dal geriatra, figure con cui il medico nucleare ha – e dovrà avere in futuro – una interazione molto stretta. Infatti grazie a questo particolare rapporto di collaborazione, questo esame consente una diagnosi davvero completa. I pazienti con Parkinsonismo sono in maggioranza persone intorno ai 60 anni, ma anche più giovani e proprio in questi ultimi la diagnosi è resa più critica dalla minore frequenza di malattia di Parkinson in queste fasce di età e dalla maggiore spettanza di vita di questi soggetti.
Quasi sempre i pazienti sono già stati precedentemente sottoposti ad altri esami (es. la risonanza magnetica) utili per fare diagnosi di esclusione (cioè escludere che vi sia una malattia diversa, es. una patologia vascolare). La SPECT dei recettori del sistema dopaminergico, effettuata con traccianti specifici come ioflupane, offre invece una informazione specifica sulla presenza della malattia di Parkinson, essendo in grado di evidenziare le alterazioni funzionali delle cellule nervose, tipiche di questa malattia. Questo nuovo esame diagnostico, basato sulla valutazione dei recettori per la dopamina, è in grado di modificare in modo sostanziale il percorso diagnostico (e quindi terapeutico) dei pazienti affetti da sindrome Parkinsoniana.
La comunità medica ha dimostrato un crescente interesse per queste metodiche, legato ai risultati pubblicati di molteplici studi scientifici, e che fa presagire una espansione dell’utilizzo della SPECT in molti centri italiani. Tuttavia esistono due fattori limitanti, il primo derivante dalle dinamiche burocratiche nel settore della Sanità, che pur essendo necessarie per le funzioni di controllo che svolgono, inevitabilmente rallentano l’espandersi delle nuove metodiche che si basano sulla disponibilità clinica di nuovi radiofarmaci per eseguire esami funzionali. Il secondo riferito ai costi: la esecuzione della SPECT dei recettori del sistema dopaminergico, sia in regime di ricovero ospedaliero che come semplice esame specialistico, comporta una spesa significativa per l’Ospedale. Tuttavia il guadagno in accuratezza diagnostica potrebbe consentire una riduzione dei tempi di diagnosi e dei costi del trattamento, risultandone probabilmente, in fine, un guadagno sanitario, intendendolo globalmente in termini di salute. Questi ultimi aspetti del problema sono però ancora da valutare e sarebbe importante che il Ministero della Sanità promuovesse e finanziasse processi valutativi specifici.
La SPECT del sistema dopaminergico, effettuata mediante ioflupane, va ad aumentare il numero di esami diagnostici clinicamente determinanti che la medicina nucleare offre in vari settori. La caratteristica comune di questi esami è che consentono il rilievo diretto delle alterazioni funzionali indotte dalla malattia, prima che queste inducano dei sintomi. Un altro esempio, di grande attualità, è dato dallo studio delle neoplasie con PET (Positron Emission Tomography) e fluoro-deossi-glucosio, metodica che consente di modificare in maniera consistente non solo la diagnosi ma anche il trattamento nel 30% dei pazienti oncologici. A breve termine sarà anche possibile determinare, sempre con la PET e con appropriati radiofarmaci, se una neoplasia esprima recettori per gli estrogeni o recettori per gli androgeni (es. tumore della mammella e tumore della prostata), e quindi possa essere curata con una terapia piuttosto che con un’altra. Come si vede anche in oncologia, come nel Parkinson, si parla di recettori come elemento centrale per la diagnosi e la cura. Proprio per la possibilità di poter esaminare in maniera non invasiva questi aspetti funzionali e recettoriali, la medicina nucleare è oggi certamente una disciplina in evoluzione.

IL DR. ALBERTO PUPI È DIRETTORE DELLA CATTEDRA DI MEDICINA NUCLEARE ALL’OSPEDALE CAREGGI, UNIVERSITÀ DI FIRENZE
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