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11 Marzo 2014

QUALITÀ DI VITA QUALE ENDPOINT PRIMARIO IN STUDI SUL TUMORE OVARICO

L’editoriale di Sven Mahner dello University Medical Centre Hamburg-Eppendorf di Amburgo e di Alexander Burges della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, pubblicato sulla rivista The Lancet Oncology (visualizza link), ha evidenziato la particolarità dello studio MITO-7 di considerare la qualità di vita come uno degli endpoint primari nelle pazienti con tumore ovarico avanzato trattate con la chemioterapia. Attualmente a queste pazienti è riservato un trattamento multimodale con chirurgia radicale riduttiva del tumore e somministrazione di derivati del platino e taxano. Anche se questo approccio terapeutico è efficace e potenzialmente curativo, non esclude la possibilità di recidiva e quindi di non ottenere la guarigione definitiva. È proprio in questo contesto che si pone la scelta come endpoint primario della qualità di vita, che fino ad oggi era stata considerata marginale a scapito dei risultati di efficacia del trattamento. I ricercatori dello studio MITO-7 di fase 3 hanno infatti incluso la qualità di vita come endpoint co-primario e le donne trattate con la schedula settimanale hanno mostrato una ‘preservazione’ della qualità di vita, fatta eccezione di un peggioramento transitorio in prima settimana, rispetto a quelle che ricevevano la chemioterapia ogni 3 settimane, che invece mostravano una perdita significativa della qualità di vita ad ogni ciclo di trattamento. I due autori tedeschi hanno comparato i risultati dello studio MITO-7 con altri studi analoghi sulla terapia di prima linea, in particolare quello del Japanese Gynaecological Oncology Group (JGOG) che aveva evidenziato un prolungamento della sopravvivenza libera da progressione con la somministrazione settimanale di paclitaxel ‘dose-dense’ e ‘dose-intense’ e un conseguente miglioramento della sopravvivenza globale. Nello studio giapponese, la qualità di vita non era endpoint primario, ma i risultati pubblicati separatamente contrastano con quelli dello studio MITO-7, indicando un peggioramento della qualità di vita con il regime settimanale, effetto che potrebbe essere imputato a fattori etnici, cioè a differenze nei polimorfismi genetici tra le due popolazioni. Anche in un altro studio (GOG-262), con paclitaxel ‘dose-dense’ ogni 3 settimane in pazienti di razza bianca, non sono stati confermati i risultati dello studio giapponese, mentre si stanno aspettando i dati dello studio ICON 8. Dunque, per Sven Mahen e Alexander Burges la vera forza dello studio MITO-7 sta nell’aver utilizzato paclitaxel e carboplatino in regime settimanale senza alterare l’intensità della dose, permettendo così un’accurata comparazione delle schedule di trattamento. Un possibile aspetto negativo è invece l’elevata proporzione di pazienti sottoposte a chirurgia riduttiva di intervallo (20%) o non sottoposte al trattamento chirurgico (24%), che pone dubbi sulla sua applicabilità in pratica clinica. Inoltre, pur dimostrando la superiorità della schedula settimanale in termini di qualità di vita, non è stata osservata differenza sulla sopravvivenza libera da progressione e quindi non si può escludere l’inferiorità del regime settimanale sotto questo aspetto. In definitiva, secondo gli autori dell’editoriale, i due regimi non dovrebbero essere giudicati egualmente efficaci. Tuttavia, l’importanza di questo studio sta nell’aver introdotto nuovi aspetti di verifica del migliore trattamento nelle pazienti con tumore ovarico avanzato sottoposte a chemioterapia di prima linea, permettendo una migliore comprensione di effetti specifici sulla qualità di vita ma anche fungendo da esempio per il disegno di futuri studi clinici.
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